Il taglio delle accise non pare tradursi automaticamente in prezzi più bassi alla pompa. A oltre 36 ore dall’entrata in vigore del decreto, una quota rilevante di distributori italiani non ha, infatti, ancora applicato la riduzione e, in alcuni casi, ha addirittura aumentato i listini.
Secondo i dati del ministero delle Imprese e del Made in Italy, il 60% degli impianti (12.107 punti vendita) ha adeguato i prezzi. Ma resta un’area grigia significativa: l’11,4% dei distributori non solo non ha ridotto i prezzi, ma li ha aumentati.
Le principali compagnie petrolifere hanno recepito il provvedimento, riducendo i prezzi consigliati di 24,4 centesimi al litro. Nella mattinata del 20 marzo, il prezzo medio self-service sulla rete nazionale si attesta a 1,734 euro/litro per la benzina e 1,978 euro/litro per il gasolio, in calo rispetto ai livelli della scorsa settimana (1,82 e 2,05 euro). Tuttavia, la riduzione non è uniforme su tutto il territorio, segnalando comportamenti disomogenei lungo la rete distributiva.
Il Garante per la sorveglianza dei prezzi ha trasmesso alla Guardia di Finanza l’elenco degli impianti sospetti, per verifiche nell’ambito del nuovo regime previsto dal decreto. Gli esiti saranno inviati anche all’Autorità Antitrust e, nei casi più gravi, alla magistratura.
Critico il giudizio del Codacons, secondo cui i dati mostrano «anomalie diffuse» e un adeguamento incompleto. L’associazione stima che il taglio medio applicato sia di circa 14,5 centesimi al litro, ben al di sotto dei 24,4 centesimi previsti.
La differenza, pari a quasi 10 centesimi al litro, si traduce in un costo aggiuntivo di circa 5 euro per un pieno da 50 litri, con un impatto complessivo che si misura in milioni di euro a carico degli automobilisti. Il rischio, ora, è che il beneficio del taglio fiscale venga solo parzialmente trasferito ai consumatori, vanificando gli effetti del provvedimento. (riproduzione riservata)