In contemporanea con la presentazione, da parte della Commissione Ue e con il particolare apporto di Paolo Gentiloni, di un Piano d’azione per arrivare all’approvazione di un pacchetto di misure fiscali europee che decorrerebbero dal 2023, ieri sul Corriere della Sera Romano Prodi e Vincenzo Visco, con una lettera aperta al premier Mario Draghi, prospettano l’importanza della proposta avanzata dall’amministrazione Biden, sulla cui base ritengono che sia importante introdurre nell’ordinamento internazionale il principio della tassazione unitaria dei gruppi multinazionali con ripartizione dei loro profitti nelle singole giurisdizioni. È, in sostanza, la global minimum tax, che inciderebbe sui rispettivi fatturati con un’aliquota che non dovrebbe essere inferiore al 21%. In relazione a ciò, Prodi e Visco chiedono a Draghi di spendere la propria influenza per convincere i Paesi del G20 affinché venga raggiunto un accordo basato su di un sistema impositivo lungo la linea indicata. Si eviterebbe, così, anche il deteriore fenomeno della competizione fiscale tra Paesi al ribasso che pure si sta manifestando in alcune aree.
L’iniziativa è meritoria, ma il percorso non sarà facile. È auspicabile che non si ripeta una situazione come quella dell’ipotesi di abolizione dei vaccini anti-Covid, nella quale all’iniziale «furia francese» della soppressione dei brevetti stessi ha fatto seguito rapidamente la «ritirata spagnola» del ripiegamento su iniziative di minore rilievo. Quanto al pacchetto della Commissione, quest’ultima propone di dotare l’Unione di un unico codice di regole sull’imposizione delle società per una più equa ripartizione dei diritti di tassazione tra gli Stati membri. Insomma, rilevano alcuni osservatori, si intenderebbe mettere in moto un processo simile a quello a suo tempo attivato per la regolamentazione dell’attività bancaria. Si tratta di una iniziativa interessante. Tuttavia, mentre per la global tax, stante la sua specificità nonché, come dice la parola stessa, la globalità, la sua introduzione non porrebbe problemi di coerenza e armonizzazione con il sistema: tutt’altro; ben diversa cosa sarebbe, invece, un esteso intervento della competenza fiscale europea, anche se solo concentrata nelle regole, mentre, per esempio, per l’Italia si preannuncia la riforma dell’intera materia tributaria con una revisione, programmata nel Piano di ripresa e resilienza, attesa da molti decenni. Soprattutto, è in questione il profilo della sovranità impositiva nazionale, il cardine «no taxation without representation» che è anche un pilastro della democrazia. Allora, il problema diventa più ampio e tocca il tema della trasferibilità della sovranità statuale nonché della compartecipazione all’esercizio di una più estesa sovranità comunitaria. Insomma, non è certo da rigettare la proposta della Commissione, ma si richiede che essa sia inquadrata in un contesto più ampio, non trattandosi di un semplice spostamento di competenze come è avvenuto e potrebbe avvenire per altri settori.
Del resto, anche in un campo diverso, quello bancario, si sta sperimentando quale mole di problemi, sia di regolazione sia di supervisione, un affrettato trasferimento in blocco di competenze nazionali abbia provocato, mentre, per la verità saggiamente, il Trattato Ue ammetteva e ammette solo l’accentramento di compiti specifici di Vigilanza prudenziale. Tale opportunità-limite le istituzioni europee e nazionali hanno tenuto, purtroppo, in non cale. Altra cosa sarebbe, all’opposto, se a livello di unione si progettasse un accentramento in materia fiscale limitatamente a particolari imposte che abbiano la finalità di finanziare il Recovery plan. (riproduzione riservata)