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Sul caos vaccini pesa come un macigno l’errore fatale della riforma del Titolo V
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Sul caos vaccini pesa come un macigno l’errore fatale della riforma del Titolo V

di Marcello Clarich
MF - Numero 059 pag. 18 del 25/03/2021

Mai come in questa fase di contrasto alla pandemia è emerso il disallineamento tra lo Stato e le Regioni, nonché la diversa efficienza nell’organizzazione di queste ultime. Negli ultimi giorni sono stati rilevati, anzitutto, scostamenti nelle vaccinazioni. Mentre la Valle d’Aosta ha somministrato il 92% delle dosi disponibili (peraltro ancora del tutto insufficienti), la percentuale della Liguria e della Calabria è stata del 71%. Se l’obiettivo del governo è di raggiungere a breve le cinquecentomila vaccinazioni al giorno a livello nazionale, il rischio è che la forbice si allarghi. Ha suscitato polemiche anche l’inadeguatezza della piattaforma informatica di prenotazione delle vaccinazioni gestita da Aria, società controllata dalle Regione Lombardia. Nel Lazio, invece, centri di vaccinazione come quello allestito nel centro congressi La Nuvola a Roma Eur hanno dato ottima prova. Ordinanze regionali hanno poi introdotto regole più restrittive rispetto a quelle nazionali, per esempio per l’utilizzo delle seconde case nel periodo pasquale.

Il fai-da-te regionale ha raggiunto il suo apice con l’approvazione di provvedimenti, come la legge della Regione Valle d’Aosta del dicembre scorso ora annullata dalla Corte costituzionale (sentenza n. 37/2021), che si sovrappongono e interferiscono con il sistema delle regole nazionali. Il problema nasce da lontano e dipende anche dalla Costituzione, che ripartisce le competenze tra Stato e regioni in modo sbilanciato. Nel 2001 una modifica costituzionale ha spostato ancor più l’asse dei poteri a favore delle Regioni. Le tensioni tra Stato e Regioni alimentano una mole di contenzioso costituzionale che ha pochi paragoni anche negli Stati improntati a sistemi federali in senso proprio. Anzi proprio in occasione della pandemia, in Germania il coordinamento tra il Bund e i Länder, attuato con accordi duramente negoziati ma poi rispettati da tutti, ha evitato fughe in avanti e difformità eccessive. In ambito sanitario, la Costituzione assegna la materia della «profilassi internazionale» alla competenza esclusiva dello Stato, mentre attribuisce la «tutela della salute» alla competenza concorrente dello Stato e delle Regioni. Il primo può porre le regole generali del servizio sanitario, le seconde quelle di dettaglio. Inoltre, se è vero che fin dal 1978 la legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale definisce quest’ultimo come complesso di funzioni, strutture, servizi e attività gestite dallo Stato, dalle Regioni e dagli enti locali, l’organizzazione grava soprattutto sulle Regioni. La sanità costituisce per queste ultime la principale voce di spesa, anche se le risorse sono in gran parte di derivazione statale. Già prima della pandemia le Regioni avevano dimostrato una diversa capacità di gestire le strutture sanitarie. Alcune avevano accumulato disavanzi elevati e sono state costrette a ridurre le prestazioni e il personale in base a piani di rientro. Inoltre, secondo il rapporto sullo stato della sanità in Italia pubblicato nel 2019 dall’Ufficio parlamentare di bilancio, i cosiddetti livelli essenziali delle prestazioni volti a garantire un minimo di omogeneità nell’intero paese sono stati raggiunti solo da una parte delle Regioni, quasi nessuna al sud. E ciò spiega anche la migrazione sanitaria in regioni come l’Emilia Romagna o la Toscana. La soluzione dei problemi passa attraverso il riordino delle competenze e il miglioramento della capacità organizzativa e amministrativa delle regioni. Quanto alle competenze, la sentenza della Corte costituzionale già citata ha chiarito che in materia di epidemie lo Stato ha una competenza esclusiva su tutta la filiera: approvvigionamento dei vaccini, piani per la somministrazione, raccolta ed elaborazione dei dati, approccio terapeutico, ecc. Secondo la Corte, non è ammessa «una politica regionale autonoma sulla pandemia». Lo Stato può dunque decidere molto di più, ma può anche delegare alcune funzioni alle Regioni o coinvolgerle, com’è accaduto nell’ultimo anno, nella elaborazione delle misure e nei divieti disposti con i decreti del presidente del Consiglio. Quanto alla capacità organizzativa e amministrativa delle Regioni, materia nella quale esse hanno competenza esclusiva, non esistono ricette semplici pronte per l’uso.

Non è certo possibile commissariare gran parte delle regioni, seguendo l’esempio della Calabria, dove peraltro non si registrano ancora miglioramenti significativi. Il governo può offrire supporti, come la protezione civile e l’apparato militare, o anche, per la gestione delle prenotazioni, Poste italiane. Si tratta, non a caso, di reti nazionali capillari che potrebbero dar manforte alle Regioni. In ogni caso, in assenza di una collaborazione più stretta tra Stato e Regioni, sarà più in salita non solo la lotta alla pandemia, ma anche l’attuazione del Recovery Plan che il governo presenterà entro aprile per accedere ai fondi europei. (riproduzione riservata)



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