Giorgio Armani e Valentino Garavani. I loro nomi sono associati alla storia della moda Made in Italy, con percorsi professionali ed estetici quasi agli antipodi. Ma oggi una sfida comune avvicina le maison da loro fondate. Quella di costruire un futuro industriale e finanziario solido in un mercato del lusso oltremodo complesso, mantenendosi coerenti con i valori trasmessi dai due stilisti, scomparsi a distanza di pochi mesi tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026.
A otto mesi dalla morte di Giorgio Armani, nessuna decisione ufficiale è stata ancora presa sul futuro finanziario del gruppo. Secondo indiscrezioni di stampa, l’ad Giuseppe Marsocci starebbe mettendo a punto un piano industriale in continuità per i prossimi cinque anni da consegnare alle banche d’affari che saranno chiamate a selezionare i futuri acquirenti di una quota di minoranza del gruppo, indicata nel testamento nell’ordine del 15%. Una delle ipotesi trapelate in questi giorni è che questo 15% possa essere spartito in parti uguali tra Essilux, Lvmh e L’Oréal, i tre gruppi indicati dallo stilista nel testamento come potenziali acquirenti. Un rumor che non sarebbe infondato, al quale la società ha risposto con un «no comment». La formula della spartizione permetterebbe infatti di lasciare aperte più strade, senza escludere i due storici licenziatari del beauty e dell’eyewear e, soprattutto, mantenendo aperta la possibilità che la società rimanga italiana. Secondo fonti di mercato, ad esempio, EssilorLuxottica avrebbe messo in chiaro di essere disposto ad agire come corner investor nella ristrutturazione della casa di moda rilevando una quota compresa tra il 5% e il 10% senza assumere alcun ruolo attivo.
Comunque, il processo di cessione non sarebbe ancora partito, in attesa della nomina degli advisor tra i quali da tempo circola tra i papabili il nome di Rothschild & co, dal momento che nel board della Fondazione Armani siede da molti anni Irving Bellotti, esperto di M&A nel fashion & luxury, partner di lunga data della banca d’affari e da gennaio 2025 anche ceo della sua filiale italiana.
Questa soluzione concederebbe più tempo all’azienda per progettare il futuro sulla linea tracciata dal fondatore, in vista della seconda fase. Armani nel testamento scrive infatti che passati tre-cinque anni, l’azienda potrà scegliere se quotarsi in borsa, oppure vendere dal 30% fino al massimo del 54,9% del capitale al «medesimo acquirente» del primo 15%.
Intanto, nei giorni scorsi, il gruppo ha comunicato i dati finanziari del 2025, archiviato con un calo contenuto delle vendite nell’ordine del 2,8% a cambi costanti per quasi 2,2 miliardi di euro di ricavi, pari a oltre 4 miliardi di euro di fatturato indotto. Mentre il patrimonio netto si attesta a circa 2 miliardi di euro e la liquidità a circa 600 milioni di euro.
Il futuro finanziario di Valentino dipenderà invece da come andranno i prossimi esercizi. Il fondatore, Valentino Garavani, si è ritirato dalle scene nel 2007, quando l’azienda aveva già attraversato diversi passaggi di proprietà, fino all’assetto attuale che vede il fondo del Qatar Mayhoola for investments azionista di maggioranza con il 70% del capitale e Kering investitore di minoranza con il restante 30%, con un’opzione put e call prorogata al 2028-2029. Come specificato da Luca de Meo, ceo di gruppo di Pinault, in occasione del recente Capital markets day: «È un processo in fieri. L’opzione put call dipende dalle condizioni. Abbiamo grande rispetto per il ceo di Valentino, Riccardo Bellini, che sta lavorando molto bene. È un brand un po’ in difficoltà ora, ma è uno dei più belli del settore. Stiamo cercando di capire se potrà entrare nel nostro portafoglio. Dobbiamo valutarne la complementarità».
I conti però non sembrano brillare, anche a seguito delle difficoltà del mercato. Un’iniezione di liquidità nella seconda metà del 2025 ha tamponato, almeno temporaneamente, la situazione patrimoniale della casa di moda. Tramite un aumento di capitale da 100 milioni di euro, infatti, il socio unico Mfi Luxury srl, veicolo controllato da Mayhoola, ha completato il risanamento dell’azienda. Lo scorso autunno, le difficoltà finanziarie avevano spinto l’azienda ad aprire un tavolo negoziale con gli istituti di credito del pool di finanziamento da 530 milioni suddiviso in tre tranche. Tra le banche coinvolte, Intesa Sanpaolo, Bnp-Bnl, Bbva, Mps, Bpm oltre a Cdp. Il patto violato si riferiva al rapporto debiti netti/ebitda che da 3,5 volte sarebbe a 4,4 volte dopo un esercizio 2024 e un 2025 che hanno riportato diverse difficoltà. E in aggiunta all’esposizione con gli istituti, ci sarebbero 293 milioni di debiti commerciali e intercompany. Al momento, gli ultimi dati di bilancio disponibili sono quelli 2024, esercizio chiuso a -3% con ricavi a 1,31 miliardi di euro e con un ebitda di 246 milioni di euro, in flessione del 22% rispetto al 2023. Mentre non c’è visibilità su quando e se verranno comunicati i dati del 2025.
Una differenza sostanziale tra la maison Valentino, che dal 2007 ha cambiato quattro direzioni creative, e Armani, che è rimasta legata all’estetica del fondatore, oggi portata avanti dagli eredi allo stile Leo Dell’Orco per l’uomo e Silvana Armani per la donna, i due storici bracci destri di Giorgio Armani. Nel segno di una continuità che ancora oggi permane con forza e che potrebbe rappresentare un valore aggiunto.
(riproduzione riservata)