La Bce sta completando in questi giorni gli stress geopolitici per le banche europee. L’esercizio è stato una novità rispetto alle prove del passato nelle quali i supervisori fissavano uno scenario avverso comune e poi calcolavano le perdite per ogni istituto.
Quest’anno sarà l’inverso: Francoforte ha chiesto alle banche di immaginare una crisi geopolitica tale da causare una perdita di capitale uguale per ogni gruppo, pari al 3% del patrimonio.
Quali sono state le scelte dei gruppi italiani? «Molte banche con business model commerciale e con operatività concentrata su clienti nel Paese hanno identificato tra gli eventi più significativi un drastico peggioramento del contesto europeo, scatenato da un allargamento del conflitto russo-ucraino ai Paesi dell’Europa Centrale», osserva Maurizio Pierigè, senior partner di Prometeia.
«A seconda dei casi, questo scenario è stato arricchito con ulteriori elementi derivanti da una potenziale indebolimento delle istituzioni e della governance europea o da altri fattori competitivi come gli effetti di una potenziale iniziativa di dumping commerciale da parte della Cina», aggiunge Pierigè.
Le banche hanno così dovuto immaginare gli effetti sui bilanci di un attacco della Russia a un Paese Ue oppure una fase di debolezza dell’Europa dovuta a un’incapacità di guida da parte di Francia e Germania a causa di spinte politiche anti-europeiste.
Questi eventi colpirebbero gli istituti italiani attraverso un aumento degli spread, una risalita dei tassi di default di famiglie e imprese o una flessione della curva dei tassi che ridurrebbe i margini di interesse.
In ogni caso le banche hanno dovuto ipotizzare scenari molto negativi per arrivare a una perdita di capitale del 3%, tale anche da compensare l’aumento degli utili atteso nei prossimi tre anni.
Gli istituti hanno completato l’invio dei documenti e ora la Vigilanza sta preparando il feedback individuale per le banche, oltre che una sintesi dei risultati che sarà pubblicata a fine luglio.
«La fase di quality assurance della Bce si è tradotta in un dialogo particolarmente approfondito con le banche per verificare la robustezza del framework di stress testing», osserva Pierigè. «È ragionevole attendersi che questo aspetto continui a occupare un ruolo centrale nelle future attività ispettive, generando nuovi requisiti nel percorso di integrazione dei rischi geopolitici nel risk management delle banche».
Gli stress test di quest’anno hanno soprattutto l’obiettivo di rendere le banche più consapevoli riguardo ai rischi geopolitici, non quello di fare una classifica degli istituti in base a dati comparabili, come avvenuto nelle prove del passato.
«Ogni banca ha operato con scenari, modelli di rischio e metodologie di simulazione propri. Questo rende difficile ricondurre le evidenze a un quadro comune», aggiunge Pierigè. «Nonostante queste difficoltà, i riscontri dovrebbero confluire nelle valutazioni Srep del 2026, sebbene il peso relativo che verrà loro attribuito rimanga ancora da definire».
Le eventuali richieste della Bce saranno comunque soltanto qualitative e l’esame non avrà impatto sui requisiti P2G (Pillar 2 Guidance) né sui dividendi.
Il rischio geopolitico è considerato dalla Bce un fattore di rischio trasversale che può incidere sulle categorie di rischio tradizionali delle banche, poiché riguarda i rischi di credito, di mercato, di liquidità, legati al modello di business, di governance e operativi.
Inoltre questo fattore può influire sulle banche attraverso molti canali, in particolare i mercati, l’economia reale e la sicurezza delle operazioni bancarie.
In quanto elemento chiave di incertezza macroeconomica, i rischi geopolitici rimarranno al centro delle priorità di supervisione della Bce per il periodo 2026-28. (riproduzione riservata)
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