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Stephen Miran, l’ideologo dei dazi di Trump, spiega perché l’America deve ricostruire la sua base industriale
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Stephen Miran, l’ideologo dei dazi di Trump, spiega perché l’America deve ricostruire la sua base industriale

08 aprile 2025, 10:00 Ultimo aggiornamento: 14:22

In un intervento pubblicato sul sito ufficiale della Casa Bianca, l’economista sottolinea che la Cina non deve più trarre vantaggio da un'architettura finanziaria e di sicurezza internazionale pagata dagli Stati Uniti | L’accordo di Mar-a-Lago è il sogno proibito di Trump per rilanciare l’economia Usa

Nel bel mezzo della tempesta sui mercati, ieri la Casa Bianca ha pubblicato sul suo sito ufficiale un saggio di Stephen Miran, presidente del Consiglio dei consulenti economici di Donald Trump e soprattutto ideologo dei dazi

Nel suo intervento, Miran discute il ruolo degli Stati Uniti come fornitore di «beni pubblici globali», ossia servizi come la sicurezza militare e la stabilità finanziaria che beneficiano il mondo intero. Gli Usa, sottolinea l’economista che ha studiato a Harvard e ha acquisito notorietà collaborando con Nouriel Roubini alla stesura di alcuni paper, spendono enormi risorse per mantenere un’architettura internazionale che garantisce pace e prosperità, come la sicurezza delle rotte marittime e un sistema finanziario stabile basato sul dollaro.

Miran critica il fatto che altri Paesi, in particolare la Cina, traggano vantaggio da questo sistema senza contribuirvi adeguatamente. La Cina, per esempio, dipende dalla protezione militare americana per le sue rotte commerciali, ma allo stesso tempo usa queste risorse per competere contro gli interessi americani, come nel caso della produzione di attrezzature essenziali per la sicurezza. Miran propone quindi una revisione delle politiche economiche e commerciali per riequilibrare i costi e i benefici, suggerendo che gli Usa potrebbero usare la loro posizione dominante per negoziare accordi più favorevoli sul fronte dei dazi o incentivi per gli alleati che sostengono il debito pubblico americano.

Miran spiega che «sul fronte della difesa, i nostri uomini e donne in uniforme si assumono rischi eroici per rendere la nostra nazione e il mondo più sicuri, preservando le nostre libertà generazione dopo generazione. E noi tassiamo pesantemente i lavoratori americani per finanziare la sicurezza globale. Sul fronte finanziario, la funzione di valuta di riserva del dollaro ha causato persistenti distorsioni valutarie e ha contribuito, insieme alle ingiuste barriere commerciali di altri Paesi, a deficit commerciali insostenibili. Questi deficit commerciali hanno decimato il nostro settore manifatturiero e molte famiglie della classe operaia e le loro comunità, per facilitare i commerci tra non americani». 

Con la presidenza Trump tutto questo deve finire, perché il capo della Casa Bianca «ha promesso di ricostruire la nostra base industriale andata in frantumi e di perseguire accordi commerciali che mettano al primo posto i lavoratori e le imprese americane».

La lezione del Covid

Miran ricorda l’amara lezione del Covid, quando l’America si è resa conto che «molte delle nostre catene di approvvigionamento non potevano sopravvivere senza dipendere dal nostro più grande avversario, la Cina. Chiaramente non dovremmo fare affidamento sul nostro più grande avversario per le attrezzature essenziali per mantenere la nostra popolazione al sicuro e protetta. Né dovremmo permettere al nostro più grande avversario di trarre così tanto vantaggio da un'architettura finanziaria e di sicurezza internazionale che finanziamo».

Il modo migliore per evitare il ripetersi di questa situazione è tornare a produrre in America. Gli Stati Uniti devono quindi riprendere il primato perduto nel settore manifatturiero, è una questione di sicurezza nazionale. E «se altre nazioni vogliono trarre vantaggio dall'ombrello geopolitico e finanziario degli Stati Uniti, allora devono fare la loro parte e pagare la loro giusta quota. I costi non possono essere sostenuti solo dagli americani comuni, che hanno già dato così tanto».

Come condividere gli oneri

Quali forme può assumere questa condivisione degli oneri? Miran suggerisce alcune opzioni: innanzitutto, gli altri Paesi possono accettare tariffe sulle loro esportazioni verso gli Stati Uniti senza ritorsioni, fornendo così entrate al Tesoro degli Stati Uniti per finanziare la fornitura di beni pubblici. In secondo luogo, possono fermare pratiche commerciali sleali e dannose aprendo i loro mercati e acquistando più prodotti dall'America. In terzo luogo, possono aumentare le spese per la difesa comprando armamenti prodotti negli Stati Uniti. In quarto luogo, possono investire in America e installare qui le loro fabbriche. «Non dovranno affrontare tariffe se producono i loro prodotti in questo Paese», sottolinea Miran. Infine, possono semplicemente acquistare titoli del Tesoro Usa.

Perché i dazi non sono dannosi

Miran spiega poi perché la maggior parte degli economisti sbaglia nel liquidare i dazi come «controproducenti» nel migliore dei casi e «devastantemente dannosi» nel peggiore.

Uno dei motivi per cui il consenso economico sui dazi è così sbagliato, analizza Miran, è perché «quasi tutti i modelli che gli economisti usano per studiare il commercio internazionale presuppongono o l'assenza di deficit commerciali o che i deficit siano di breve durata e si autocorreggano rapidamente attraverso aggiustamenti valutari. Secondo i modelli standard, i deficit commerciali causano l'indebolimento del dollaro, il che riduce le importazioni e aumenta le esportazioni, cancellando infine il deficit commerciale. Se ciò accade, i dazi potrebbero essere inutili, perché il commercio si bilancerà col tempo e, in questa visione, intervenire con i dazi non può che peggiorare le cose».

Tuttavia, secondo Miran, «questa visione è in contrasto con la realtà. Gli Stati Uniti registrano deficit delle partite correnti ormai da cinque decenni, e questi si sono ampliati vertiginosamente negli ultimi anni, passando da circa il 2% del pil nella prima amministrazione Trump a un massimo di quasi il 4% del pil nell'amministrazione Biden. E questo è successo mentre il dollaro si è apprezzato, non deprezzato!»

I modelli sbagliati degli economisti

Secondo Miran, i modelli degli economisti «sono sbagliati» perché non tengono conto che il dollaro è la valuta di riserva globale. Questo comporta il fatto che negli anni «la domanda di dollari è stata insaziabile, è stata troppo forte perché i flussi internazionali si bilanciassero». Analisi economiche più recenti, spiega Miran, «consentono la possibilità di deficit commerciali persistenti che resistono al riequilibrio automatico, il che è più in linea con la realtà negli Stati Uniti. Esse mostrano che imponendo tariffe ai Paesi esportatori, gli Usa possono migliorare i risultati economici, aumentare le entrate e imporre enormi perdite alla nazione sottoposta ai dazi, anche con una rappresaglia completa».

Miran evidenzia il punto debole dei Paesi che hanno grossi surplus commerciali: «Non riescono a trovare altre fonti di domanda che sostituiscano quella americana. Invece, non hanno altra scelta che esportare e l'America è il più grande mercato di consumo al mondo. Al contrario, l'America ha molte opzioni: possiamo produrre cose in patria, oppure possiamo acquistare da Paesi che ci trattano equamente invece che da Paesi che si approfittano di noi».

Il caso cinese

L’economista ricorda che nel 2018-2019, la Cina ha sostenuto il costo delle tariffe storiche del presidente Trump svalutando lo yuan, «il che significa che i suoi cittadini sono diventati più poveri, con un potere d'acquisto inferiore sulla scena globale». Le entrate delle tariffe, pagate dalla Cina, sono state utilizzate per finanziare i tagli fiscali voluti da Trump a favore dei lavoratori e delle aziende americane. Questa volta, dice Miran, «le tariffe contribuiranno a pagare sia i tagli fiscali che la riduzione del deficit».

«Se non ricostruiamo il nostro settore manifatturiero», conclude Miran, «saremo in difficoltà nel fornire la sicurezza di cui abbiamo bisogno per la nostra incolumità e per sostenere i nostri mercati finanziari». «Il mondo può ancora avere l'ombrello di difesa e il sistema commerciale americani», concede l’ideologo dei dazi di Trump, «ma deve iniziare a pagare la sua giusta quota». (riproduzione riservata)



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