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Startup, più debiti per scalare: così il venture debt corre in Europa come alternativa all’equity. Ma in Italia ancora non sfonda
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Startup, più debiti per scalare: così il venture debt corre in Europa come alternativa all’equity. Ma in Italia ancora non sfonda

25 aprile 2026, 16:00

Nell’ultimo triennio in Europa sono state chiuse 62 miliardi di operazioni, mentre nel primo trimestre 2026 sfiorano già i 6 miliardi. Quali sono i vantaggi e perché sono uno strumento aggiuntivo per i founder

In Europa è ormai una realtà consolidata, con il gap con gli Stati Uniti che si va riducendo sulle spalle di attori istituzionali come la Banca europea per gli investimenti, investitori internazionali come Blackrock o grandi banche europee come Santander, Bnp Paribas e Bpifrance, tutti nelle prime posizioni per numero di operazioni chiuse. In Italia, invece, è ancora raro a vedersi, con pochissime operazioni e dalle dimensioni raramente rilevanti che, forse, nel 2026 potrebbe iniziare a vedere un cambio di passo.

Si tratta del venture debt, finanziamenti da concedere a startup o scaleup che, anche grazie a questi capitali più facili e veloci da raccogliere, possono accelerare nei loro percorsi di crescita. Una via di mezzo, insomma, tra il debito tradizionale che, visto il rischio superiore, genera rendimenti più elevati e il venture capital, che implica prospettive temporali più lunghe e un ritorno meno garantito.

I numeri del fenomeno in Europa

A scattare la fotografia è stata Growth Capital all’interno del «Osservatorio trimestrale sugli investimenti di venture capital in Italia», realizzato in collaborazione con Italian Tech Alliance. Nel primo trimestre 2026 in Europa sono stati conclusi 78 deal di venture debt per un totale di 5,9 miliardi di euro movimentati, a fronte di 19,9 miliardi su 629 operazioni nel 2025 e 27,7 miliardi su 841 operazioni nel 2024.

I numeri sono in netta ascesa negli ultimi cinque anni in Europa e in particolare sta progressivamente crescendo la diffusione di operazioni di venture debt di medie e grandi dimensioni. Se nel 2019 solo il 5% dei finanziamenti a startup e scaleup superava 25 milioni di euro, nel 2025 il 13% del totale dei ticket si è attestato tra 25 e 100 milioni e l’8% ha superato i 100 milioni.

Inoltre nel triennio 2023-2025 la distanza tra i capitali investiti negli Stati Uniti, mercato più florido per l’ecosistema startup, e quelli in Europa è stata inferiore nel settore del venture debt rispetto a quello del venture capital. Se sul fronte del debito l’Europa ha investito 62 miliardi rispetto ai quasi 139 miliardi statunitensi (2,2 volte in più), sul fronte dell’equity sono stati mobilitati 194 miliardi europei contro i quasi 662 degli Usa (3,4 volte in più).

I vantaggi per founder e creditori

«La crescente attenzione per il venture debt è legata in primis alla necessità, sia per i founder sia per gli investitori, di avere uno strumento aggiuntivo che arricchisce il ventaglio di possibilità dell'ecosistema», spiega a Milano Finanza Fabio Mondini De Focatiis, founding partner di Growth Capital, tech investment bank europea che offre servizi di consulenza a startup e scaleup, e autore del report. «Per i founder ci sono altri grandi fattori che possono rendere il debito preferibile all’equity in tante situazioni: i tempi ridotti per l’ottenimento dei capitali; il costo inferiore, nonostante interessi che indicativamente possono oscillare tra il 10% e il 15% con il tasso fisso e tra il 7 e il 12% oltre all’Euribor per il variabile; e infine la possibilità di non diluirsi», aggiunge Mondini.

«Dal punto di vista dei creditori, invece, si tratta di un asset class con ritorni interessanti ma più rapida rispetto all’equity, visto che il rimborso del prestito in genere è previsto in 3-5 anni, e con un profilo di rischio che, nonostante sia superiore a un tradizionale prestito alle imprese, resta comunque inferiore all’investimento in equity», prosegue il partner di Growth Capital.

Le difficoltà dell’Italia

In Italia però il fenomeno è parcellizzato, tanto che non ci sono ancora numeri e analisi dedicate, visto il basso numero di operazioni. Un esempio in Italia è stato il prestito ottenuto a dicembre da Scalapay da parte della Bei: un finanziamento da 70 milioni, il primo ottenuto da un unicorno italiano.

Secondo Mondini, la scarsa diffusione del venture debt Italia dipende principalmente dal fatto che «siamo ancora un mercato giovane, ma non c’è nessun motivo strutturale per cui a tendere non si diffonda anche in Italia». I grandi investitori stranieri, che nel venture debt hanno uno strumento per diversificare, stanno già guardando all’Italia: «Siamo un mercato in cui la concorrenza è inferiore, visti i pochi soggetti attivi nel settore, ma con tanto valore da estrarre, perciò siamo attrattivi». In parte è un tema culturale: «Siamo un Paese più avverso al rischio, quindi anche l’introduzione di nuovi strumenti avviene più lentamente». (riproduzione riservata)



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