Spotify ha esordito con il botto a Wall Street chiudendo martedì scorso la prima giornata di negoziazione a 149,01 dollari, per una capitalizzazione di 26,54 miliardi di dollari. Stando a Dealogic, Spotify si classifica all’ottavo posto per la più grande offerta pubblica iniziale del settore tecnologia al primo giorno di trading, appena dietro la performance di Google nel 2004. Ieri è poi arrivata la correzione con il titolo che a mezz’ora dalla chiusura a Wall Street perdeva quasi l’8%.
Il primo caso di quotazione diretta, senza ipo tradizionale, ha comunque avuto successo. Una scelta che ha consentito a Spotify di risparmiare decine di milioni di dollari di commissioni alle banche d’affari. Il fatto che un’azienda così grande sia stata in grado di segnare una vittoria per i suoi investitori attraverso una simile quotazione potrebbe indurre altri a scegliere questa rotta. Dozzine di società sostenute da venture capital - ricche di liquidità - restano ai margini perché non hanno avuto la necessità di attingere alla borsa, ma potrebbero cambiare idea.
Il New York Stock Exchange, che ha lavorato a stretto contatto con Spotify lo scorso anno per consentire l’operazione, ha ricevuto una serie di richieste sul processo di quotazione diretta, ha reso noto martedì il presidente di Nyse Group, Tom Farley. «Ora che le acque si sono calmate, non vedo l’ora di rivolgermi a questi interlocutori per capire che idee hanno», ha detto in un’intervista sul floor, subito dopo l’avvio della contrattazione di Spotify. A sentire Cameron Stanfill, venture analyst di PitchBook, «l’esordio di Spotify non è stato privo di intoppi, ma dalle prime indicazioni riteniamo l’esperimento di quotazione diretta un successo».
Le banche di Wall Street hanno comunque guadagnato, anche se non proprio come con un’ipo tradizionale. Per la sua quotazione, Spotify ha ingaggiato Goldman Sachs, Morgan Stanley e Allen & Co. in veste di consulenti e ha pagato circa 36 milioni di dollari di commissioni totali. Snap, per fare un confronto, aveva versato quasi 100 milioni di dollari alla folta squadra di bookrunner e coordinatori dell’offerta.
Tra le preoccupazioni vi era il fatto che il trading potesse essere turbolento o bloccato a causa della mancanza di acquirenti e venditori ai giusti price point, e in assenza di una banca d’investimento a fornire supporto all’acquisto se le azioni fossero crollate, come è tipico in una ipo normale. Inoltre, il debutto non è stato così volatile come temuto da alcuni osservatori del mercato, anche se il titolo è stato scambiato in un range più ampio rispetto ad altri colossi high tech che hanno lanciato ipo convenzionali, come Snap. «La quotazione diretta non era mai stata testata su questa scala e con questo profilo, ma ha funzionato e bene», ha commentato Colin Stewart, vicepresidente dei mercati dei capitali globali e a capo dei mercati dei capitali per technology equity presso Morgan Stanley, che ha eseguito il trading per la maggior parte delle azioni Spotify.
Ma come è andato il primo giorno? I dirigenti di Spotify non si sono presentati al Nyse a suonare la campanella di apertura. In settimana, l’amministratore delegato Daniel Ek ha scritto in un post: «Normalmente le compagnie suonano la campana... Spotify non è mai stata una compagnia normale». Ma il trading floor è rimasto comunque in fermento, dato che almeno 20 broker si sono accalcati attorno al senior market maker designato di Citadel Securities, Peter Giacchi, che periodicamente gridava le ultime informazioni sul prezzo del titolo. Allo stesso tempo, un gruppo di banchieri e trader di Morgan Stanley valutava l’interesse di compratori e venditori e lo trasmetteva a Giacchi per aiutarlo a definire il prezzo di apertura. Il range di prezzo è salito per gran parte della mattinata, da 167 a 170 dollari dopo l’avvio a un intervallo tra 145 e 155 dollari. Intorno a mezzogiorno, per quasi un’ora, Giacchi ha detto ai broker di essere vicino a far aprire il titolo, ma poi ha esitato mentre gli investitori aggiustavano i loro ordini elettronici per comprare e vendere, inducendo cambiamenti nel prezzo di apertura previsto.
In vista dell’evento, Spotify aveva divulgato la cronologia dei prezzi delle negoziazioni delle azioni private registrati nei prospetti normativi. Tali transazioni si sono rivelate un proxy affidabile per gli investitori pubblici. «Il fatto che un’azienda utilizzi esplicitamente i mercati privati per un orientamento sui prezzi in una quotazione pubblica è un segno della loro maturazione», ha affermato Nico Sand, fondatore e ceo di Zanbato, che gestisce una piattaforma per la compravendita di azioni in società private a uso di investitori istituzionali.
Spotify è in larga misura responsabile dell’inversione di un’ondata distruttiva nei ricavi dell’industria discografica con il dilagare della pirateria e il crollo delle vendite di Cd. L’anno scorso i ricavi sono balzati al massimo in una decina d’anni e gli abbonamenti a pagamento hanno contribuito fortemente a questa crescita. Ora che l’azienda è sbarcata con successo in borsa, affronterà le classiche sfide di una tech company sotto l’occhio attento di Wall Street. Si batterà in una sempre più competitiva arena dello streaming musicale, dove quasi tutti i principali concorrenti sono di proprietà dei giganti della tecnologia, che non si preoccupano della redditività dei loro servizi di streaming musicale poiché si tratta di un addendum ai loro ecosistemi utente. A eccezione di Pandora Media, Spotify è essenzialmente la sola a dover rendere il proprio modello commercialmente redditizio.
