Dovremmo tutti fare i conti con i lasciti di una «crisi umana dalle proporzioni quasi bibliche» (Mario Draghi) con la speranza specchiata negli occhi di una bambina che interpreta il futuro come un mondo di possibilità per crescere e diventare una persona migliore. Con questo spirito, e con la capacità di usare le emozioni per intraprendere nuove strategie di vita, dovremmo ricostruire una nostra speranza, proattiva e fattiva, per cambiare veramente le cose. Nel Paese del gattopardo, dovremmo svegliarci ogni giorno con l’ambizione di trasformare e innovare il mondo, sostenibilmente, risolvendone le più gravi e urgenti contraddizioni. Nel mio libro Speranza e Capitale (Egea, aprile 2021) ho cercato di offrire un modello generale, dalle basi macro-economiche, ma anche micro-fondate sulla base un mix di modelli finanziari e (nell’aspirazione) quasi filosofici, per affrontare l’agenda di cambiamento e innovazione che sola potrà condurre il nostro Paese (e noi stessi) verso «più alti futuri» e verso un modello di «capitalismo per tutte». Alla facile ricetta del «più Stato, più debito pubblico e più moneta (inflattiva)», in Speranza e Capitale ne contrappongo un’altra, più imprenditoriale e privatistica, basata sul «più mercato (equo e inclusivo), più equity (dei cittadini-azionisti) e più valore sostenibile (economico, sociale ed ecologico)». Questa ricetta potrebbe permettere al nostro Paese di uscire dalla crisi pandemica con imprese vibranti e competitive, città attraenti e sostenibili e di risolverne i problemi cronici di scarsa produttività, crescita anemica ed eccessivo debito pubblico. Il modello della Teoria Generale keynesiana può essere preso a ispirazione, ma deve essere radicalmente rivisto, facendo leva sull’innovazione tecnologica e su un nuovo ruolo della finanza imprenditoriale che mette al centro il cittadino-investitore. La chiave di volta potrebbe essere rappresentata dall’opportunità di offrire un private equity aperto a tutte, per permettere a noi - cittadini-azionisti - di divenire investitori diretti nell’economia reale del Paese, piccole e medie imprese e città in primis, riallineando il nostro interesse economico, senso civico e - idealmente - amore per la Patria. Nel mio modello di «capitalismo per tutte», propongo un percorso non facile e certamente ambizioso per il Paese, dove la speranza dà motivo d’essere all’investimento del capitale e non viceversa: per il giusto perseguimento del profitto privato, ma in piena coerenza con i più ampi obiettivi di sostenibilità della nostra comunità, per superare il vecchio trade-off tra shareholders e stakeholders e tra interesse pubblico e privato. Il messaggio più intimo di Speranza e Capitale riguarda infatti il fare bene perseguendo il Bene, con un mix intelligente di economia, finanzia, scienza comportamentale e filosofia: non solo formulando teorie e modelli generali, ma anche con l’iniziativa imprenditoriale, l’attività manageriale e l’impegno professionale che mi auguro possano accomunare i miei brillanti lettori al loro più modesto scrittore.
Estratto dal libro:
La sfida per la crescita deve essere una sfida basata sul mercato (equo, trasparente, competitivo, liberista ma anche solidale) con l’intervento a complemento e supporto da parte dello Stato – e non il viceversa. (…) Questo riequilibrio è realizzabile attraverso un modello di «capitalismo per tutte» in cui ogni cittadina abbia accesso, nei modi e nelle proporzioni suggerite dalla teoria finanziaria e da quella psico-comportamentale (nonché dalle dimensioni etica e filosofica), alle opportunità del private equity e dell’equitization – proprietà diretta – delle attività reali del Paese. Un accesso né promosso senza criteri e senza limiti, né tantomeno forzato dallo Stato stesso. Piuttosto, la sfida per lo Stato sta nell’indicare le regole e la possibile natura dell’ambiente migliore che potrebbe essere sviluppato a supporto del libero gioco delle forze economiche e sociali, affinché il mercato (e la società) possano realizzare appieno le proprie capacità produttive e distributive. (...) Secondo Keynes, sono «le idee degli economisti e dei filosofi politici, così quelle giuste come quelle sbagliate, [ad essere] più potenti di quanto comunemente si ritenga. (…) Presto o tardi sono le idee [i meme, direbbe Dawkins], non gli interessi costituiti, che sono pericolose (o utili) sia nel bene che nel male». Cosa le rende pericolose o utili è anche, secondo me, l’etica e la morale e i valori che ci ispirano a fare qualcosa, compreso sperare. (riproduzione riservata)