L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e anche sull’industria, non andrebbe mai dimenticato, soprattutto quando le cose vanno male. «Oggi ciascun cittadino può conoscere in tempo reale sul nostro sito il numero dei tavoli di crisi e i relativi verbali, in modo da avere contezza dell'evoluzione delle interlocuzioni e delle possibili soluzioni: i tavoli di crisi sono 37, quelli di monitoraggio 22». Ad affermarlo è stato qualche giorno fa il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, nel corso del Question Time alla Camera.
Che il lavoro del titolare del dicastero di Via Veneto sia molto difficile non c’è dubbio, ma i nodi industriali davvero complessi non sono ancora arrivati sul suo tavolo. Si chiamano Tim, Acciaierie d’Italia (l’ex Ilva) e Ita. Nel giro di pochi giorni le tre aziende che fanno parte della storia del Paese hanno subìto clamorosi rovesci e si trovano ad affrontare situazioni forse non del tutto inattese.
L’ex Ilva, colosso che a regime vale un punto di pil, ha dovuto cambiare rotta per cercare un nuovo partner industriale al posto degli indiani di Arcelor Mittal (la partita è aperta, si fanno i nomi di Jindal e Arvedi) e il governo ha dovuto nominare altri due commissari che affiancheranno Giancarlo Quaranta: Giovanni Fiori e Guido Tabarelli. Si calcola che per rimettere in carreggiata il colosso di Taranto servano almeno 5 miliardi di euro. Dove trovarli, con un rapporto tra deficit e pil che ha toccato inaspettatamente il 7,2% nel 2023 e un debito che corre verso i 3.000 miliardi di euro, non è affatto chiaro.
Così come è molto nebulosa la situazione della vecchia Alitalia, ora Ita, per la quale la Commissione Europea ha chiesto a Lufthansa di riscrivere il piano che dovrebbe condurla in dote da Roma a Berlino: l’Ue crede che sia di fatto la stessa compagnia a passare di mano in totale continuità con le gestioni fallimentari passate, piene di aiuti di Stato che hanno lasciato sul terreno miliardi di euro e in vita ben due aziende in amministrazione straordinaria, esattamente quanto sta accadendo per Ilva.
Acciaio e trasporti sono l’architrave di un sistema industriale, come le telecomunicazioni. E su questo terzo fronte c’è forse una grana ancor maggiore per l’esecutivo di Giorgia Meloni, che sembra distratto da ogni genere di elezione alle porte, regionali o europee che siano. Tim è crollata del 24% in borsa giovedì 7 marzo, mentre il top management dell’ex incumbent dettagliava alla comunità finanziaria le modalità con cui intende tagliare il debito e tornare alla crescita profittevole una volta scorporata e ceduta la rete.
Il pugnace amministratore delegato di Telecom Italia, Pietro Labriola, che sta facendo di tutto per convincere il primo azionista della società, Vivendi, a essere della partita e a non affossarla in assemblea il prossimo 23 aprile, fornirà al mercato nuovi dettagli sulla strategia a valle di un consiglio di amministrazione straordinario convocato per domenica 10 marzo. Molte restano le incognite: in pochi ad esempio sanno che il governo non ha posto alcun veto in capo al fondo americano Kkr a non cedere poi ad altri la rete, infrastruttura che risulterebbe naturalmente cruciale in tempi di guerra, non solo per motivi antitrust o di golden power.
Se gli analisti si sono dimostrati scettici sulla possibilità di Tim di ridurre il debito a seguito dello spin-off della rete, occorre perciò capire come si comporterà lo Stato italiano, che del colosso delle tlc è azionista attraverso Cdp e che con il Mef guidato da Giancarlo Giorgetti ha già dovuto varare un decreto da 2,5 miliardi di euro per finanziare l’intera operazione, complessa e dall’esito ancora assai incerto.
Il governo insisterà sul piano della rete cercando un accordo con i francesi (ancora loro, come per Stellantis, altro nodo per Giorgia Meloni), oppure proseguirà sulla strada solitaria già cannoneggiata dai mercati?
I prossimi giorni saranno decisivi per capire se in Italia c’è ancora una politica industriale e se sia possibile o meno attuarla senza dover chiedere aiuto ad aziende straniere. Anche questa, forse soprattutto questa, è sovranità. (riproduzione riservata)