Prima della pandemia tre erano i grandi principi regolatori dei sistemi previdenziali sui quali i governi europei ponevano la loro attenzione: equità, sostenibilità e adeguatezza. Ora i fari sono puntati solo sulla sostenibilità. Fino a ieri, il nostro Paese ragionava su invecchiamento della popolazione e spesa pubblica, compensando le maggiori uscite con l’aumento dei requisiti di pensionamento (Legge Fornero); a eccezione di un cambio parziale e temporaneo di direzione con l’introduzione di una misura sperimentale come Quota100. La pandemia ha di fatto aumentato il rapporto tra debito pubblico e prodotto, sia in modo diretto che indiretto, attraverso l’operare degli ammortizzatori automatici di bilancio, delle misure espansive discrezionali e delle minori entrate contributive.
L’impatto del Covid ha colpito sia i sistemi a capitalizzazione che a ripartizione. Secondo l’Ocse in Italia meno del 10% dei lavoratori più anziani ha accesso alla formazione, contro il 13% della Francia, il 18% della Spagna e quasi il 30% della Germania. Il nostro sistema previdenziale presentava già prima della pandemia un saldo negativo pari a 20,86 miliardi. Il disavanzo della Gestione dei dipendenti pubblici mostrava un saldo negativo di 33,6 miliardi, il Fondo dipendenti Ferrovie dello Stato 4,37 miliardi di deficit, i Coltivatori diretti un saldo negativo di 2,3 miliardi, gli Artigiani oltre 2 miliardi di passivo, così come alcune Gestioni speciali. In attivo il Fondo lavoratori dipendenti 6,34 miliardi, la Gestione commercianti, i Lavoratori dello spettacolo e i lavoratori Parasubordinati con un +7,39 miliardi. In attivo le Casse dei liberi professionisti con l’eccezione di Inpgi. L’apice degli occupati, si era registrato nel 2018 con 23.376.000 lavoratori; per quanto riguarda i pensionati, nello stesso anno, si registrava il numero più basso degli ultimi 25 anni a quota 16.004.503. Nel 2020 si è rilevato un aumento lieve dei pensionati pari a 30.000 unità, molto meno di quanto ci si aspettasse dall’introduzione di Quota100, Ape, Opzione donna, Precoci, Pensioni anticipate, etc.. Il rapporto attivi/pensionati fondamentale per il nostro sistema a ripartizione ha toccato il livello di 1,4578 contro 1,4521 dell’anno precedente. A fronte di un minimo rallentamento della curva previdenziale, la crisi pandemica ha di fatto innescato un massiccio ricorso agli ammortizzatori sociali, agli sgravi contributivi, alle crescenti anticipazioni pensionistiche etc., producendo effetti negativi che si ripercuoteranno nei prossimi anni. Secondo Rgs e Itinerari Previdenziali, il disavanzo netto dei trasferimenti dal Bilancio dello Stato ammonterà a 33 miliardi per poi ridursi gradualmente a poco più di 25 miliardi nel 2023; si prevede che il numero di pensionati aumenti nel breve tempo per l’effetto prepensionamenti e possa ritornare ai valori precedenti (16.000.000) solo dopo il 2023. Va da sé che la riduzione dell’occupazione, al momento prevalentemente a tempo determinato, influirà negativamente sulle entrate contributive. La riduzione parziale di questi esiti è legata a molte variabili, a partire dall’ampiezza del piano vaccini, all’effetto dello sblocca cantieri e soprattutto all’impiego efficace dei fondi europei. Questi interventi potrebbero ridurre gli effetti dello sblocco dei licenziamenti e assorbire la maggior parte dei lavoratori in Cig-Covid che a fine 2020 risultavano 1,8 milioni. Del resto il 2020 è stato l’anno record della Cig con oltre 4 miliardi di ore autorizzate. A fronte di una spesa pubblica totale di 870,74 miliardi, il costo complessivo del welfare state (pensioni, sanità, assistenza sociale, etc.) risulta essere pari a 488,336 miliardi, il 56,08% dell’intera spesa statale; il livello più elevato degli ultimi dieci anni. Se rapportiamo la spesa alle entrate effettive, 841,441 miliardi, spendiamo per il welfare il 58% di quanto lo Stato incassa ogni anno. La sola spesa pensionistica sul pil è pari al 12,88 per cento (in linea con la media Eurostat) ma la spesa assistenziale a carico della fiscalità generale invece è passata da 73 miliardi nel 2007 a 114,27 nel 2019 e risulta in evidente progressivo aumento. Fondamentale per razionalizzare la spesa è la «banca dati dell’assistenza» che consentirebbe di indirizzare aiuti mirati verso coloro che ne hanno realmente necessità. Su 16 milioni di pensionati, quasi la metà risultano totalmente o parzialmente a carico della fiscalità generale e, su 1,2 milioni di nuove prestazioni erogate dall’Inps, la metà risultano di natura assistenziale o con componente assistenziale.
Va detto che non tutti i sistemi di welfare risultano vulnerabili allo stesso modo alle dinamiche macroeconomiche e demografiche future, tuttavia il parametro determinante rimane la crescita economica a prescindere dalle caratteristiche istituzionali. Banca d’Italia mostra che con una crescita media dell’attività economica attorno all’1,5%, un’inflazione che si riporti progressivamente poco al di sotto del 2%, un graduale ritorno dell’avanzo primario dalla metà del periodo considerato all’1,5% del prodotto e un differenziale di rendimento decennale tra i titoli pubblici italiani e quelli tedeschi su valori attorno a 100 punti base, il peso del debito potrebbe riportarsi ai livelli pre-Covid nell’arco di un decennio. Solo un’economia che cresce può contemperare il contenimento della spesa in rapporto al pil e solo il ritorno, a una crescita duratura ed equilibrata consentirà di ridurre i pesi del debito pubblico senza operare un consolidamento di bilancio eccessivamente oneroso. (riproduzione riservata)