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Sfida cinese nel venture capital
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Sfida cinese nel venture capital

di Phred Dvorak e Yasufumi Saito - traduzione di Giorgia Crespi
Milano Finanza - Numero 074 pag. 26 del 14/04/2018

La Silicon Valley non è più la regina incontrastata del settore. Ora se la deve vedere con un fiume di denaro nelle startup in arrivo dal Celeste Impero. In questo modo Pechino cerca la leadership nelle tecnologie chiave come l’intelligenza artificiale

La Silicon Valley, per lungo tempo regina incontrastata del venture capital, ora deve dividere il trono con l’Asia. Una decina di anni fa, quasi tre quarti dei finanziamenti alle startup innovative e alle giovani imprese aveva luogo negli Stati Uniti: gli investitori americani inondavano di quattrini principalmente le società di venture capital basate nel Paese. Oggi, stando a un’analisi condotta in esclusiva dal Wall Street Journal sui dati dei finanziamenti in capitale di rischio, una nuova ondata di denaro, principalmente dalla Cina, ha contribuito a portare i numeri alle stelle, trasformando il panorama del settore.

Lo scorso anno l’impegno degli investitori asiatici nelle startup ha quasi eguagliato quello dei colleghi americani. Più precisamente, in base a uno studio sui dati raccolti da Dow Jones VentureSource, il 40% del record di 154 miliardi di dollari di finanziamenti contro il 44%. Solo dieci anni fa, la quota asiatica si attestava a poco meno del 5%. La marea di denaro convogliata in promettenti giovani imprese potrebbe essere foriera di un cambiamento ai posti di comando sul piano dell’innovazione tecnologica e dei suoi frutti economici, dall’intelligenza artificiale alle auto a guida autonoma. In precedenza, la Silicon Valley ricopriva decisamente il ruolo di leader nell’imprenditoria high tech sia in termini di capitale che di know-how, ha sottolineato Kai-Fu Lee, veterano del settore che ha diretto le unità cinesi di Microsoft e Google prima di fondare nel 2009 la propria società di venture capital con sede a Pechino, Sinovation Ventures. L’ascesa del mercato in Cina «denota un passaggio da una visione del mondo monocentrica a un duopolio», ha spiegato.

Gli investitori statunitensi restano la principale fonte unica di capitale di rischio a livello globale e chiudono più affari di chiunque altro: secondo i dati di VentureSource, quasi la metà del totale dei round di venture nel 2017. Sono ancora un importante motore di innovazione: molti dei maggiori investimenti cinesi si limitano a copiare le tecnologie americane. Per le startup, la grande accelerata dei fondi asiatici aumenta le disponibilità per finanziare nuove tecnologie. Inoltre mette gli investitori asiatici nella posizione di conquistare partecipazioni in mercati desiderati dalle società occidentali o che hanno implicazioni sulla sicurezza nazionale.

Il governo americano è sempre più preoccupato dai progressi della Cina in tecnologie chiave come l’intelligenza artificiale. L’espansione del capitale di rischio da Oriente «è un potente carburante per le attività innovative», come ha affermato Josh Lerner, docente alla Harvard Business School ed esperto di venture financing. «Se il luogo dell’invenzione dà una spinta al relativo pil, questo è un deterioramento del vantaggio competitivo degli Stati Uniti». Sebbene uno dei maggiori investitori asiatici sia la nipponica SoftBank, che ha attinto al denaro del Medio Oriente per creare il fondo di investimento tecnologico più grande al mondo, è l’attività cinese ad avere il maggiore impatto.

La prospettiva di una guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina potrebbe mettere in difficoltà anche il venture se i Paesi andranno fino in fondo con le minacce di imporre miliardi di dollari di dazi sui rispettivi prodotti. Tuttavia, dal momento che i dazi sono finora in gran parte focalizzati su prodotti industriali o agricoli come automobili, chimici e mais, è improbabile che abbiano un impatto diretto sulla maggior parte delle startup. La Cina sta creando unicorni (startup valutate un miliardo di dollari o più) alla stessa velocità degli Stati Uniti, attingendo al finanziamento di giganti del web come Alibaba e Tencent, nonché a oltre mille società locali di venture capital che negli ultimi anni hanno raccolto miliardi di dollari. Il finanziamento del venture capital cinese è circa 15 volte superiore al 2013 e ha scavalcato la crescita dei finanziamenti provenienti dagli Stati Uniti, che in questo periodo è più o meno raddoppiata.

La maggior parte degli investimenti cinesi finora sono andati ad aziende locali. Molte di loro, come l’equivalente di Yelp, Meituan-Dianping, sono rinomate e hanno milioni di clienti in Cina, ma sono praticamente sconosciute altrove. Il rallentamento della crescita e l’agguerrita concorrenza spingono i pesi massimi del settore tech a cercare nuovi mercati al di là dei confini. Sempre secondo l’analisi del Wsj, l’anno scorso la quantità di investimenti cinesi al di fuori del Paese è più che raddoppiata. Dei cinque maggiori condotti da entità cinesi nel 2017, tre sono round guidati da Tencent o Alibaba a favore di startup di e-commerce in India e Indonesia.

Molte aziende tecnologiche cinesi hanno «raggiunto una dimensione tale per cui il mercato locale non è più sufficiente a sostenere le loro attività e valutazioni», ha spiegato Brian Gu, che ha recentemente lasciato il posto di presidente dell’investment banking Asia Pacifico a JP Morgan per diventare presidente della startup per l’auto elettrica di Alibaba, Xiaopeng Motors. «I soldi andranno prima nei mercati adiacenti, dove la tecnologia, i modelli di business, il capitale cinesi avranno un impatto maggiore», ha detto. Madhur Deora, cfo di Paytm, una delle più grandi società di pagamenti elettronici dell’India, ha raccontato che nel 2015 la sua azienda si è avvicinata ad Ant Financial (gruppo Alibaba) invece che a finanziatori americani perché le innovazioni cinesi nell’internet mobile sono «molto più avanzate».

Secondo indiscrezioni, Ant si appresta a raccogliere 9 miliardi di dollari in un round di finanziamento privato, portando la valutazione a quasi 150 miliardi di dollari. Ant e Alibaba hanno investito un totale di circa 800 milioni di dollari nella capofila di Paytm, One97 Communications, mentre SoftBank ha successivamente investito circa 1,4 miliardi di dollari. Il che ha reso il trio il maggiore investitore della compagnia ed è valso a ognuno una poltrona nel consiglio. La compagnia non ha intercettato investitori «significativi» dagli Stati Uniti, ha dichiarato il cfo. Nelle ultime settimane SoftBank ha condotto anche un altro investimento di 445 milioni di dollari nella sezione shopping online di Paytm.

Uno dei motivi per cui la spinta dell’ex Celeste Impero verso le nuove tecnologie preoccupa molti negli Stati Uniti è che, a differenza della caccia a buoni rendimenti alla base della maggior parte dei venture capital occidentali, molti investimenti cinesi sono mossi da interessi strategici, alcuni dei quali portano con sé lo spettro dell’influenza statale. La Cina sta insistendo molto con i semiconduttori, per i quali il governo ha fornito miliardi di dollari in finanziamenti pubblici, e con l’intelligenza artificiale, su cui Pechino lo scorso luglio ha fissato un obiettivo di leadership globale entro il 2030.

Anche i governi statali e locali hanno messo denaro in fondi di venture capital privati, e l’interesse di Pechino ha stimolato un’ondata di startup VC. Tra gli investimenti: partecipazioni in società come Megvii Technology, che si occupa di riconoscimento facciale e ha collaborato con delle finanziarie allo sviluppo di sistemi che abbinano scansioni facciali a dei database per l’approvazione di prestiti, e ha aiutato la polizia con i sistemi di sorveglianza. Con 4 miliardi di dollari in round di finanziamento lo scorso anno (il doppio rispetto all’anno precedente), gli investitori statunitensi pompano più denaro dei cinesi in startup sull’intelligenza artificiale. I cinesi vi hanno dedicato circa 2,5 miliardi di dollari, in rialzo rispetto a meno di 100 milioni di dollari di qualche anno prima.

I giganti tech cinesi hanno subito un’intensa pressione per servire gli interessi statali, suscitando il timore che persino i fondi provenienti da fonti private fossero accompagnati da vincoli governativi. Tencent si focalizza su investimenti in società con tecnologie o ricerca all’avanguardia, nonché con i migliori attori nei mercati ad alta crescita «in cui possiamo condividere la nostra esperienza e contribuire alla creazione degli ecosistemi del web». Alibaba ha acquisito partecipazioni in società all’estero per espandere i propri servizi e spera di creare una «chimica» con altri per «costruire valore a lungo termine», ha detto agli investitori lo scorso giugno il vicepresidente esecutivo, Joseph Tsai.

Lee prevede che nei prossimi 5-10 anni i colossi tech cinesi saranno in prima linea nello sviluppo tecnologico, in lizza con nomi del calibro di Google e Facebook per il dominio dei mercati al di fuori del mondo anglosassone e l’Europa Occidentale. «Il resto del mondo sarà fondamentalmente una battaglia territoriale tra Stati Uniti e Cina», ha dichiarato. «L’approccio degli Stati Uniti è: costruiremo un prodotto migliore e conquisteremo tutti i Paesi», mentre quello cinese è «finanzieremo il partner locale per battere le imprese americane». L’anno scorso le operazioni condotte da società di capitale di rischio e società di investimento tecnologico statunitensi, come Sequoia Capital o Andreessen Horowitz, hanno reso conto di circa 67 miliardi di dollari, leggermente oltre ai 61 miliardi di dollari investiti dagli asiatici, tra cui Tencent e SoftBank. Un decennio prima i player statunitensi avevano condotto il 73% dei 41 miliardi di dollari di finanziamenti registrati. Nel 1992, quando è stata avviata la copertura di VentureSource, si parlava del 97% di 2 miliardi di dollari.

Nell’analisi del Wsj viene esaminata la fonte di finanziamento in base alla sede della società o delle entità leader o costituenti la maggioranza degli investitori in ciascun round. L’ascesa dell’Asia è ancora più forte nei maggiori investimenti di venture capital, quelli oltre la soglia di 100 milioni di dollari. Questi mega-deal sono una parte sempre più importante del venture con la lievitazione delle valutazioni: la percentuale del volume di affari è passata dall’8% circa nel 2007 a circa la metà del totale dello scorso anno. Nel 2017 le operazioni condotte da investitori cinesi hanno costituito una porzione più ampia di questa mega-finanza rispetto a quelli guidati dagli investitori statunitensi. I finanziamenti a guida giapponese si sono piazzati al terzo posto. (riproduzione riservata)


(Translated from the original version by Milano Finanza Editorial Staff)

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