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Le banche di Wall Street stanno conquistando la finanza europea, dall’investment banking al risparmio gestito. Ecco perché
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Le banche di Wall Street stanno conquistando la finanza europea, dall’investment banking al risparmio gestito. Ecco perché

17 maggio 2024, 21:00 Ultimo aggiornamento: 21:29

Negli ultimi 10 anni è cresciuta la quota di mercato di istituti e asset manager americani nel mercato europeo. Ecco perché Emmanuel Macron, Mario Draghi e i maggiori ceo ora chiedono uno sprint sull’Unione Bancaria

L’Europa deve accelerare sull’Unione Bancaria e su quella dei Capitali. A poche settimane dalle elezioni che rinnoveranno il parlamento di Strasburgo, alcuni dei maggiori politici e banchieri del vecchio continente hanno chiesto uno sprint sui progetti che farebbero dell’Europa un vero mercato unico.

La ragione? Senza questi provvedimenti si rischia non solo di indebolire il tessuto economico e la competitività dell’area, ma anche di favorire sempre più i grandi intermediari extraeuropei, che hanno già guadagnato molto terreno. Statunitensi in primis.

Le parole di Draghi e Macron

«Avanzare sull'Unione dei Mercati dei Capitali costituisce una parte indispensabile della strategia complessiva per la competitività dell'Europa», ha dichiarato l’ex premier italiano ed ex presidente della Bce Mario Draghi nel suo recente discorso a La Hulpe.

Sulla stessa lunghezza d’onda si è espresso nei giorni scorsi il primo ministro francese Emmanuel Macron invitando a «scatenare il potere finanziario represso dell’Europa» per guidare un’ondata di investimenti in grado di stimolare la crescita e l’innovazione.

Parole condivise dai protagonisti dell’industria bancaria. Il consigliere delegato di Intesa Sanpaolo Carlo Messina è stato molto chiaro in una recente intervista alla Cnbc: «L'Europa deve avere dei campioni nel settore bancario, altrimenti non avrà un ruolo significativo nei rapporti sia con gli Stati Uniti sia con la Cina e l'America rimarrà la parte più forte del mondo dal punto di vista finanziario». Per l’altro grande banchiere italiano, il ceo di Unicredit Andrea Orcel «per tornare a crescere vi è bisogno delle infrastrutture: mercati e grandi banche. Se questo non accadrà, ad approfittarne saranno le economie che stanno davvero crescendo e i loro rispettivi sistemi finanziari, cioè per l’appunto gli Usa e la Cina. Già oggi le banche americane, se vogliono fare operazioni dentro il mercato europeo, trovano paradossalmente meno vincoli di quelli che possiamo incontrare noi», ha spiegato Orcel nell’ultima intervista a MF-Milano Finanza.

I dati danno ragione a chi oggi chiede uno sprint alle farraginose istituzioni europee. Basta vedere i numeri dell’investment banking. Grazie alla maggiore scala e ai minori vincoli regolamentari, negli ultimi 18 anni i colossi di Wall Street sono cresciuti in quasi tutte le geografie europee. Calcola Dealogic che dal 2005 al 2023 la quota di mercato complessiva degli istituti Usa in Europa è salita dal 32 al 40%, passando da ricavi netti per 7,7 miliardi di dollari al record (nel 2021) di oltre 12 miliardi.

Di contro nello stesso periodo la market share dei competitor del Vecchio Continente è scesa dal 59 al 54%. Il trend riguarda tutte le principali aree di attività dell’investment banking, dall’equity al debt capital markets, dal m&a ai prestiti sindacati. Non solo. Da qualche anno i big di Wall Street sono entrati con decisione anche nel segmento dei servizi per le medie imprese, settore che costituisce la colonna portante dell’industria europea.

Goldman Sachs per esempio ha iniziato a espandere nella Ue le proprie attività di transaction banking, originariamente lanciate negli Usa nel 2020 e allargate al Regno Unito nel 2021. Il nuovo business è basato a Francoforte con l'obiettivo di espandersi verso Amsterdam, anche se il raggio d'azione è molto più ampio, con l’obiettivo di raggiungere oltre 160 Paesi e lavorare su più di 120 valute.

Anche altri colossi di Wall Street si sono rafforzati sul mercato europeo. Già prima della pandemia Jp Morgan ha lanciato attività di commercial bank in Europa (e anche in Italia) come parte di un piano di espansione più ampio che interessa l'Asia e altri mercati in cui il gruppo di Jamie Dimon è poco presente. Per gli istituti europei si tratta di sfide impegnative, perché se prima la concorrenza degli americani si faceva sentire soprattutto sui deal di grandi dimensioni, oggi si sta progressivamente allargando anche alle operazioni di taglie inferiori che rappresentano il core business del banking continentale.

Le mani sul risparmio

Quello che sta succedendo nel mondo dell’investment banking ha il suo perfetto corrispettivo nell’industria del risparmio gestito. Secondo quanto registrato da Efama, l’associazione europea degli asset manager, la quota di fondi domiciliati fuori dall’Europa sul totale delle masse in gestione nel continente è salita a fine 2022 al 49%, segnando un incremento di sette punti percentuali in dieci anni. Il dato non scorpora i fondi americani (facile ipotizzare che siano la stragrande maggioranza) da quelli del resto del mondo. Si può però fare una controprova: sempre alla fine del 2022 quasi un quinto delle masse gestite in Lussemburgo facevano capo a gestori americani (dati Alfi, l’equivalente lussemburghese di Assogestioni). Considerando che nel Granducato è domiciliato oltre un terzo del totale dei fondi comuni e delle sicav europee, è possibile prendere il Paese come un buon termometro del continente nel suo complesso.

Il caso Italia

Anche in Italia gli asset manager americani hanno aumentato nel tempo la loro quota di mercato. Prendendo uno storico delle masse che va dal 2016 al primo trimestre del 2024 si vede come le prime sette società di gestione a stelle e strisce censite nel perimetro di Assogestioni abbiano visto la loro quota di mercato salire dal 9,5% all’11,8% del totale (+2,3 punti), con due società (Morgan Stanley e Jp Morgan Am) che hanno superato il 2% della torta complessiva e una, BlackRock, che ha raggiunto il 4%: oltre 90 miliardi di masse gestite nel Paese.

Tra Etf e risiko. Varie ragioni concorrono allo strapotere americano nel risparmio europeo. Giovanni Andrea Incarnato, Italy Wealth e Asset Management Industry Leader di EY, ne individua almeno tre. «In primo luogo l’armonizzazione normativa, che ha permesso alle aziende statunitensi di operare più efficacemente all’interno dei confini Ue, sfruttando economie di scala e offrendo una selezione più ampia di prodotti». Tanto più che la frammentazione del mercato europeo ha aperto praterie agli operatori americani per «offrire soluzioni innovative adeguate alle diverse esigenze regionali». C’è poi un tema legato al consolidamento del settore, che «ha visto i gestori statunitensi crescere attraverso acquisizioni strategiche che hanno dato accesso a competenze locali e reti di distribuzione», sottolinea Incarnato. E questo, «combinato con le notevoli risorse per marketing e tecnologia, ha permesso loro di superare i concorrenti europei in alcuni segmenti». Infine, «la tendenza verso strategie di investimento alternative e passive, dove i gestori americani eccellono, ha svolto un ruolo fondamentale». Proprio alcuni dei maggiori gestori di Etf infatti «hanno dominato e adottato aggressive politiche espansionistiche nel Vecchio continente, attirando investitori europei con prodotti passivi a basso costo e ottime performance», conclude il manager.

Banche e asset manager europei come possono rispondere a una concorrenza così agguerrita? Secondo molti osservatori il consolidamento è la strada obbligata, non solo perché una scala maggiore consentirebbe agli operatori del Vecchio Continente di diventare più efficienti e competitivi, ma anche perché faciliterebbe quei forti investimenti in tecnologia che oggi sono indispensabili per difendere e accrescere le proprie quote di mercato. Un numero su tutti: Jp Morgan nel 2022 ha investito 12 miliardi di dollari in tecnologia, poco meno dell’attuale capitalizzazione di Mediobanca e quasi il doppio dell’utile 2023 di Intesa Sanpaolo. La divergenza tra banche Ue e Usa è tutta in questo numero. Ma senza un’Unione Bancaria che favorisca il m&a e una Capital Markets Union che agevoli la circolazione dei capitali, la sfida rischia di essere persa in partenza. (riproduzione riservata)



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