Ora che le risorse per investimenti ci sono (44 miliardi di euro del Decreto Rilancio più gli altri stanziamenti Ue) il tema di come utilizzarle al meglio, anche con il coinvolgimento di capitali privati, è di piena attualità. Il Fondo Italiano d’Investimento (Fii), nato su iniziativa del Mef nell’inverno 2009, si è subito connotato per la sua unicità e diversità rispetto alle best practice internazionali: (i) assenza di bilanciamento tra risorse pubbliche e private (in Fii soltanto il 20% circa di fondi iniziali proveniva dal pubblico); (ii) assenza di meccanismi incentivanti per gli investitori privati e (iii) assenza di autonomia gestionale (Fii era gestito da una Sgr partecipata da Cdp). Oggi la Sgr di Fii gestisce 9 fondi d’investimento (3 fondi di fondi), per un totale di asset under management target di circa 3 miliardi di euro. Fii ha in parte risposto agli obiettivi iniziali, ma il «nanismo», la «parcellizzazione» e la «ingessatura» della proprietà e del management delle nostre Pmi sono ancora fattori frenanti spesso criticati. Si può ragionare in modo diverso e, almeno per una parte delle risorse stanziate, provare a coinvolgere efficacemente investitori istituzionali, internazionali e nazionali e il pubblico dei risparmiatori? E quali sono le regole delle best practice internazionale per i fondi misti pubblico-privati?
Queste regole possono così riassumersi: 1) utilizzo parallelo di risorse pubbliche e private con entrambi i soggetti esposti ai successi e agli insuccessi dell’attività di investimento; 2) autonomia gestionale demandata al gestore privato, identificato per professionalità, reputazione e track record, mentre il soggetto pubblico seleziona i gestori, detta le regole e gli obiettivi e svolge funzioni di controllo e valutazione dei gestori, con trasparenza e certezza delle regole di governance; 3) meccanismi di incentivazione per attrarre gli investitori privati che consentano, in caso di successo, il raggiungimento di ritorni per questi accettabili, quantunque temporalmente calmierati, considerata la situazione, ma a condizione che lo Stato abbia prima recuperato tutte le risorse investite e, ove possibile, anche un minimo di remunerazione del capitale; 4) chiara definizione degli obiettivi da raggiungere e delle metriche di valutazione, nonché delle tempistiche per la realizzazione degli obiettivi, con comunicazione trasparente al pubblico dell’attività svolta dai soggetti gestori; 5) carattere temporaneo (e non permanente) dell’intervento pubblico che, una volta raggiunto un adeguato e autonomo coinvolgimento del mercato, potrebbe essere ridotto, se non del tutto eliminato, per essere poi riorientato ad altri settori o segmenti economici in difficoltà o comunque altre destinazioni di politica economico-sociale. L’esperienza internazionale mostra quindi che lo Stato non deve necessariamente agire da solo, anzi, può fare utilmente leva sui capitali privati per il rilancio del sistema economico. (riproduzione riservata)