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Se il conflitto d’interessi non indigna più. Un parallelismo fra Berlusconi e Trump
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Se il conflitto d’interessi non indigna più. Un parallelismo fra Berlusconi e Trump

di Stefano Mannoni*
06 luglio 2026, 20:00 Ultimo aggiornamento: 07 luglio 2026, 07:07

Per caso vi ricordate del furibondo dibattito sul conflitto di interessi che imperversò in Italia dalla metà degli anni 90 fino agli anni 2000 inoltrati? Ovviamente a innescarlo fu la discesa in campo di Silvio Berlusconi con quello che sembrava un conflitto di interessi inaudito per una democrazia occidentale. Il proprietario di tre reti televisive che diventa presidente del Consiglio? Inaudito, appunto!

La discussione fu talmente accesa da coinvolgere non solo l’Italia ma anche i media europei, il parlamento di Strasburgo e il Consiglio europeo in un concerto di voci tanto autorevole, quanto sopra le righe, perché esasperato. Perché se è vero che un accadimento come questo era senza precedenti nella storia del costituzionalismo, si diceva che per rimediare a tanto vulnus apportato alla regola aurea che gli interessi privati non devono interferire con quelli pubblici andava data una risposta radicale. Ossia americana. Perché, si diceva, anche da autorevolissimi studiosi come Giovanni Sartori, che in una situazione come quella in cui versava Silvio Berlusconi egli avrebbe dovuto vendere le sue reti senza esitazioni, o rinunciare all’incarico istituzionale.

Il conflitto di interessi di Trump e famiglia

L’alternativa sarebbe stata il trust, anche se non si capiva bene come avrebbe fatto un trust a gestire in modo «cieco» (blind, appunto) tre reti televisive che esigevano un management molto attivo e per nulla cieco. La questione era molto inasprita dal duopolio televisivo che in effetti esisteva nella televisione analogica tra Rai e Mediaset. Sorpresa! Donald Trump e familiari sguazzano nel conflitto di interessi al punto da indirizzare la politica estera della più grande superpotenza del pianeta in direzioni confacenti alle preferenze del clan.

Qualcosa che Berlusconi non si sarebbe mai sognato di fare. Ebbene nessuna autorità può intervenire per porre un freno a quello che appare il più spudorato conflitto di interessi nella storia dell’Occidente, per di più sotto gli occhi di un’opinione pubblica costernata. Ebbene, non vi è alcuna ragione di sorprendersi. Poiché allora mi trovavo dall’altra parte della barricata, ossia nel campo berlusconiano, mi ricordo che studiando il sistema americano veniva fuori che, a parte oneri burocratici di trasparenza, altro non vi era.

L’Oge, l’organismo preposto a vegliare sul conflitto di interessi, non aveva alcun potere coercitivo. Se tutti si titolari di cariche pubbliche si affrettavano a evitare che anche solo il sospetto che un conflitto di interesse aleggiasse sopra la loro testa, ciò avveniva perché così richiedeva l’etica dell’epoca. Punto e basta. La vituperata Legge Frattini, giudicata del tutto inadeguata dai sostenitori del modello americano (immaginario), era in realtà più che proporzionata rispetto ai deboli standard occidentali.

Certo un conflitto di interessi c’era, e lo devo confessare ai lettori perché nessuno ne è al corrente. Autore della legge non fu il ministro Franco Frattini bensì l’allora presidente della Fininvest Aldo Bonomo, il giurista più raffinato e il gentleman più perfetto che abbia mai incontrato in vita mia. Volendo dare una risposta credibile, anche se del tutto insufficiente per gli «americani», elaborò un sistema tanto criticato ma a oggi mai rimpiazzato. Del resto, diciamoci la verità, ve ne era davvero bisogno? Non è mai accaduto che un presidente del Consiglio sia stato scrutinato così da vicino quanto Silvio Berlusconi dagli avversari politici, dai media ed evidentemente dalla onnipresente magistratura.

Ogni Paese è figlio della propria storia e l’Italia ne esibisce una molto complicata. Oggi il conflitto di interessi è diventato materia di interesse storiografico, e nemmeno tanto vivace. Bene così. E intanto godiamoci, se così si può dire, la brutta pièce che ci proviene dagli Stati Uniti d’America, dove nei 250 anni dalla Costituzione di Filadelfia, i wasp protestanti che l’hanno concepito di sicuro si rivoltano nella tomba. (riproduzione riservata)

*professore alla Facoltà di giurisprudenza di Firenze



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