Donald Trump ha sorpreso gli analisti di mercato per la capacità di realizzare le promesse elettorali, in particolare quelle sui dazi. Ma questa non è una buona notizia per l’economia americana.
Molte banche d’affari hanno abbassato le stime di crescita per quest’anno e hanno alzato le probabilità di recessione che ora vanno dal 20% di Goldman Sachs (invece del precedente 15%) al 40% di JpMorgan (invece del 30%). Il consenso di Bloomberg ritiene che ci sia una probabilità su quattro di contrazione dell’economia americana.
Si tratta di una svolta inattesa fino a poche settimane fa. Gli Stati Uniti avevano ormai schivato la recessione nonostante il rialzo dei tassi da parte della Fed di 525 punti base nel 2022 e 2023. Ma ora la prospettiva della contrazione è tornata possibile. Gli analisti vedono rischi delle misure Usa anche in termini di valori azionari, fiducia dei consumatori e capacità di attirare investitori.
«Abbiamo timori crescenti sull’economia americana», ha detto Bruce Kasman, capoeconomista di Jp Morgan, secondo cui il rischio di recessione potrebbe salire oltre il 50% se i dazi minacciati da Trump da aprile saranno attivati e se continueranno le politiche «dirompenti e non favorevoli alle imprese».
Kasman ha osservato che le politiche Usa potrebbero mettere in discussione anche il «privilegio esorbitante» del dollaro: «Gli Stati Uniti si sono affermati come un luogo in cui le persone possono essere tranquille sullo stato di diritto e possono essere sicure che il governo non si intrometta in modi inaspettati nelle regole del gioco».
Il capoeconomista di Jp Morgan ha però sottolineato che questa situazione può ora essere compromessa da misure come i tagli alle agenzie governative e dal nuovo ruolo degli Stati Uniti nel mondo.
Kasman ha aggiunto: «Per molto tempo abbiamo parlato di “privilegio esorbitante”. Perciò paghiamo un costo molto più basso per finanziare deficit e debito e abbiamo una maggiore attrattività del dollaro e degli asset. Il rischio che queste cose inizino a essere messe in discussione e diventino un problema strutturale per i mercati non è assolutamente da sottovalutare».
Jp Morgan stima al 40% anche il rischio di recessione globale poiché la contrazione degli Stati Uniti frenerebbe pure l’Europa.
Anche altre banche d’affari sono più preoccupate sugli Stati Uniti. Morgan Stanley ha abbassato la stima di crescita Usa per quest’anno dall’1,9% all’1,5% e quella per l’anno prossimo dall’1,3% all’1,2%.
«Abbiamo prove sufficienti per ritenere che l’attuazione delle misure stia arrivando prima e con più forza di quanto prevedevamo», ha rilevato la banca Usa. «Questo è particolarmente vero per la politica commerciale, dove l’introduzione di dazi è stata forte e rapida e i partner commerciali hanno risposto con misure di ritorsione».
Morgan Stanley ha osservato però che la minore crescita non si trasferirà all’occupazione poiché il calo dell’immigrazione rallenterà la crescita della forza lavoro. Di conseguenza il tasso di disoccupazione salirà solo dello 0,1% arrivando al 4,1% quest’anno secondo la banca.
Nel complesso i dazi e la solidità del mercato del lavoro spingeranno al rialzo l’inflazione per Morgan Stanley, che ora prevede l’indice dei prezzi Pce al 2,5% a dicembre, rispetto al 2,3% atteso in precedenza. L’inflazione di fondo, secondo le attese, sarà al 2,7%, invece che al 2,5%.
Il mix di minore crescita e maggiore inflazione potrebbe complicare molto il lavoro della Fed. Morgan Stanley si aspetta un taglio a giugno, subito prima di una ripresa dell’inflazione. Una seconda riduzione sarebbe poi varata a marzo 2026.
Lo scenario base di Morgan Stanley non prevede la recessione anche se i rischi sono aumentati «a causa dell’introduzione accelerata di misure e dell’incertezza». Una contrazione economica, secondo gli economisti, sarebbe innescata da cali azionari che spingerebbero poi i privati a diminuire i consumi.
Goldman Sachs ha osservato che i dazi hanno lo stesso effetto delle tasse sui consumatori poiché comportano un calo dei redditi disponibili e dei consumi. La banca ha incorporato nelle stime maggiori dazi che di conseguenza ridurranno il pil degli Stati Uniti dello 0,8%, invece che dello 0,3% previsto in precedenza, con il rischio di arrivare all’1,3%.
Nel complesso Goldman Sachs prevede una crescita Usa dell’1,7% quest’anno, una previsione abbassata dal 2,2%. «Se la Casa Bianca rimanesse fedele alle proprie politiche anche di fronte a dati molto peggiori, il rischio di recessione aumenterebbe ulteriormente» rispetto al 20% ora atteso dagli economisti.
L’impatto dei dazi si farà sentire sull’inflazione di fondo che avrebbe dovuto calare al 2,1% quest’anno, invece dovrebbe risalire attorno al 3% secondo Goldman Sachs, che comunque si aspetta tagli dei tassi della Fed a giugno, dicembre e poi uno l’anno prossimo.
La frenata Usa, anche se non sarà una recessione, avrà conseguenze sull’Europa. L’impatto di dazi e controdazi per l’Ue è per il momento limitato ma ci sono rischi legati a incertezza ed escalation delle misure. La Bundesbank ha già segnalato il rischio di recessione in Germania.
Ora le speranze di ripresa europea sono legate proprio al piano tedesco su difesa e infrastrutture che però produrrà effetti soltanto tra qualche mese. Nel breve termine intanto peserà sugli Stati Ue l’aumento dei tassi di mercato.
Nello scenario base i tagli Bce proseguiranno (gli operatori ne vedono altri due quest’anno), ma Francoforte in uno scenario molto incerto ha lasciato aperta ogni opzione per le prossime riunioni. (riproduzione riservata)