Gentile Direttore, ricordiamoci una cosa: i settori industriali hanno cicli. E nelle tlc il mobile non fa eccezione.
All’inizio la copertura nell'offerta dei servizi mobili era davvero un elemento differenziante. Chi non si ricorda che bastava spostarsi da un quartiere all’altro - o fare pochi chilometri - e la copertura cambiava tra operatori? Quella fase, geologicamente lontana, era anche un’epoca in cui il mobile generava utili e cassa in modo diffuso: la domanda cresceva, l’innovazione era percepita e la qualità di rete era un driver riconoscibile. La duplicazione delle infrastrutture aveva senso industriale, differenziava davvero e produceva ritorni.
Poi cos’è successo? Con il tempo le coperture si sono omogeneizzate con una sovrapposizione quasi totale. E parallelamente la clientela - comprensibilmente - ha dato sempre più peso al prezzo rispetto a una qualità spesso non percepita, soprattutto quando la differenza tra buono e ottimo non è immediata nella vita quotidiana.
Da lì, una parte del valore si è spostata: la competizione si è schiacciata sul prezzo, mentre i costi industriali (investimenti sulle nuove tecnologie, energia, affitti, manutenzione, sicurezza) sono rimasti o cresciuti. Il risultato lo vediamo bilanci alla mano: margini compressi e cassa sotto pressione. E nella catena del valore succede una cosa che nel lungo periodo non è sostenibile: chi paga sono gli operatori, perché sono loro che finanziano la rete, il servizio e l’evoluzione tecnologica. Nel frattempo, l’ecosistema intorno alla rete - towerco, vendor, software, energia, piattaforme - rivendica (anche legittimamente) il proprio ruolo.
Ma allora la domanda di politica industriale diventa inevitabile: i margini nella catena alimentare delle tlc sono distribuiti in modo equilibrato? No, non è così. Nei fatti c’è chi paga e chi guadagna.
Per ritrovare un equilibrio serve un punto di partenza molto concreto, ovvero recuperare efficienza industriale. E questo significa avere il coraggio di dire che:
- In moltissime aree, soprattutto nei Comuni più piccoli, replicare tre volte la stessa infrastruttura fisica non crea valore per il cittadino ma aumenta solo costi e impatti;
- La concorrenza va preservata e rafforzata dove ha senso: servizi, qualità percepita, innovazione, assistenza e soluzioni per imprese e Pa;
- Sul lato infrastrutturale, infine, bisogna spingere verso una condivisione più netta: siti, torri e, progressivamente, anche modelli di condivisione attiva (equipment) fino ad arrivare, dove opportuno, a logiche di condivisione di risorse di rete (pooling), come la banda radio, i canali, la capacità di elaborazione, per un loro uso più efficiente.
In conclusione, il mobile è entrato in una fase diversa del suo ciclo. Le coperture non differenziano più; la domanda cresce; lo spettro e i siti ‘buoni’ non sono infiniti; la pressione sul prezzo non si ferma per decreto. In questo scenario, l’unica strada realistica è una politica industriale che favorisca efficienza e investimenti: meno duplicazioni, più condivisione, regole chiare e tempi autorizzativi certi. E qui chiudo con una proposta di buon senso. Non voglio essere io a dare una risposta dall’alto, facciamo una cosa semplice: chiediamolo a sindaci e a cittadini.
Vogliono più antenne oppure un servizio migliore, affidabile, efficiente e di qualità? Perché la verità è che non possiamo più permetterci le duplicazioni: costano, impattano sul territorio e sottraggono risorse agli investimenti che servono davvero. E se vogliamo reti moderne, sicure e resilienti, serve un cambio di passo. Prima di tutto dobbiamo recuperare efficienza per mantenere gli investimenti nella parte che crea più valore: evoluzione tecnologica (5G, 5G-SA e in futuro 6G, oltre al backbone, cloud e IA); inoltre occorre il riequilibrio dei margini lungo tutta la catena del valore, inclusi quelli sull'infrastruttura di rete.
È un must have, non un nice to have. Perché se il sistema non si riequilibra, a rischio non è il numero di operatori ma la capacità del Paese di continuare a investire in reti mobili all’altezza delle ambizioni digitali. (riproduzione riservata)
* amministratore delegato Tim