Referendum, ecco perché ha vinto la Costituzione e non i magistrati. Parla il giurista Ainis
Intervistato da MF-Milano Finanza, il giurista osserva che la bocciatura del referendum sulla giustizia
segna una sconfitta politica per il governo e rilancia il tema del metodo condiviso nelle riforme
«Non hanno vinto i magistrati, ha vinto un sentimento costituzionale, di difesa della Costituzione»: così il costituzionalista Michele Ainis, professore emerito di Istituzioni di diritto pubblico all’Università Roma Tre, intervistato da MF-Milano Finanza, legge l’esito del referendum sulla giustizia il giorno dopo la vittoria del No, sottolineando come il voto abbia premiato più un orientamento diffuso tra i cittadini che una delle parti in campo.
Un atteggiamento, quello degli italiani, che il professore paragona a quello di chi preferisce conservare la «faccia piena di rughe» di un’anziana signora, simbolo della saggezza e della tradizione della Carta, piuttosto che il «sorriso col botulino» dei nuovi politici.
Domanda. Professore, il giorno dopo l’esito del referendum sulla giustizia si è chiusa una partita che ha segnato una battuta d’arresto per il progetto di riforma sostenuto dal governo. Chi ha vinto davvero?
Risposta. Chi ha vinto non sono i magistrati: ha vinto un sentimento costituzionale, un sentimento di difesa della Costituzione. Quando c’è la percezione che si tenti di intervenire in modo incisivo sulla Carta, gli italiani reagiscono. Nel momento in cui c’è la percezione che si tenti di sottoporre la Costituzione a un intervento di chirurgia plastica importante, gli italiani preferiscono, per così dire, tenersi “la faccia piena di rughe” di un’anziana signora piuttosto che il “sorriso col botulino” dei nuovi politici.
D. Quale lezione si può trarre?
R. Sicuramente una lezione importante riguarda il metodo: riforme di questo tipo dovrebbero nascere dalla condivisione, che invece è mancata. Non è accettabile che una riforma sulla magistratura e sulle sue garanzie di indipendenza venga approvata in modo muscolare, senza modifiche e senza apertura a soluzioni intermedie. Questo ha rafforzato la percezione di un intervento partigiano, di una parte contro l’altra e della politica contro la giustizia, l’opposto dello spirito dell’Assemblea Costituente.
D. L’esito del referendum aprirà ad una fase di maggiore tensione tra politica e magistratura?
R. In ogni referendum ci sono vincitori e sconfitti, e per il governo è stata una sconfitta. Tutta la maggioranza era compatta nel sostenere la riforma. Mi ha colpito molto l’alta affluenza, in controtendenza rispetto alle ultime elezioni. Ma non è una contraddizione: gli italiani non votano quando non hanno fiducia nei politici, mentre partecipano quando possono esprimersi contro riforme percepite come calate dall’alto. Allo stesso tempo è emerso un dato importante: esiste un sentimento costituzionale. Quando i cittadini percepiscono che il loro voto conta davvero, partecipano. Il denominatore comune è una distanza crescente tra cittadini e politica. Anche il clima della campagna ha inciso: a un certo punto è emersa un’intenzione punitiva verso la magistratura, e questo ha fatto percepire la riforma come “contro” e non “a tutela”. Non ha vinto il più simpatico, ma il meno antipatico: e in questo momento i magistrati lo sono meno dei politici. (riproduzione riservata)