Chissà cosa avrebbe detto Ronald Reagan del Family Plan di Joe Biden ora che è chiaro che per governare grandi problemi planetari esistono ricette e non ricette democratiche o repubblicane. Il Buy America del nuovo presidente statunitense assomiglia da vicino all’America First di Donald Trump. Reagan, spiega bene il nuovo libro del direttore del Tg2, Gennaro Sangiuliano (Reagan – il presidente che cambiò la politica americana, Mondadori), ha cambiato per sempre la politica americana e l’ha cambiata partendo da una famiglia umile, da lavori normali, da una sponda che si sarebbe potuta definire democratica. Ma la storia non è scritta dalla vita, semplicemente capita.
«Benedetto Croce affermava che la storia è sempre contemporanea, nel senso che dalla storia possiamo trarre validi orientamenti per il presente. Credo che oggi sia quantomai attuale una riflessione su quell’ottimismo con cui Reagan risvegliò l’America dopo la crisi degli anni Settanta e il post Vietnam. Inoltre, il suo conservatorismo liberale merita una considerazione», ha detto Sangiuliano all’Adnkronos, parlando del suo saggio, una biografia imponente che arriva dopo quelle che il giornalista ha dedicato a Vladimir Putin, Hillary Clinton, Trump e al leader cinese Xi Jinping. Il 4 novembre 1980, racconta Sangiuliano, con un risultato schiacciante, gli americani eleggono presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan. Si insedia poco più di quarant’anni fa, nel gennaio del 1981. È una valanga: Ronnie, come lo chiamano gli amici, vince in 45 Stati su 50; per il presidente uscente, il democratico Jimmy Carter, che cercava la rielezione, è un’umiliazione. Nonostante i numeri, l’ascesa di Reagan alla Casa Bianca è accolta con stupore in tutto il mondo: un ex attore di Hollywood, molto noto anche al pubblico televisivo, che assumeva la guida della più grande superpotenza planetaria? Si trattava di un azzardo pericoloso o di un evento in anticipo sui tempi? Son trascorsi anni e con quella distanza del tempo necessaria per una pacata valutazione storica, Reagan è ritenuto, quasi unanimemente, fra i migliori presidenti della storia americana, colui che è stato apprezzato persino da Barack Obama, democratico e lontano anni luce dal suo mondo. La caratterizzazione che Reagan darà a un lungo periodo della storia americana e mondiale, con la sua innovativa politica economica e estera, diventerà un «ismo», il reaganismo appunto. Quella di Ronald Wilson Reagan, in realtà, è una storia tutta americana, si legge nel libro, che merita di essere raccontata oltre le implicazioni politiche. Nato a Tampico nel 1911, all’epoca una minuscola cittadina dell’Illinois, il piccolo Dutch, come viene soprannominato in famiglia per le linee paffute del volto, cresce nella regione geografica che è il cuore pulsante della nazione a stelle e strisce, il Midwest. Il padre è un cattolico irlandese senza un lavoro stabile e con il vizio dell’alcol, la madre una donna religiosissima, devota alla Chiesa dei discepoli di Cristo. Dopo la laurea in economia, Reagan approda a Hollywood quasi per caso e fa una discreta carriera nel mondo del cinema, fino a quando non scopre l’importanza dell’impegno politico, a cui arriva attraverso l’esperienza di presidente del sindacato degli attori (Screen Actors Guild). Gli anni Sessanta erano stati contrassegnati da una sotterranea quanto profonda rielaborazione del conservatorismo americano e delle basi dottrinarie del partito repubblicano, una ricostituzione e rinascita, sintetizzata dalla formula «Old Right».
Nel 1960 il senatore dell’Arizona, campione della destra repubblicana, Barry Goldwater, pubblica il libro The Coscience of a Conservative (La Coscienza di un Conservatore), molto di più di una piattaforma programmatica, un vero e proprio manifesto culturale. Nasce il conservatorismo popolare, vera novità sul terreno della filosofia politica degli Stati Uniti nel dopoguerra. Goldwater, tuttavia, politico troppo intellettuale, non riesce a tradurre queste idee in vittoria elettorale alle presidenziali del 1964, nella sfida al democratico Lyndon Johnson, che stravince la consultazione. Nelle ultime ore della campagna elettorale accade un fatto destinato a segnare il futuro. Lo staff repubblicano decide che tocca al brillante oratore Reagan, per conto del candidato Goldwater, tenere il discorso finale della campagna elettorale; nonostante la sconfitta del repubblicano, il discorso, A Time for Choosing, si rivela un successo strepitoso. Negli anni a venire sarà citato migliaia di volte, chiamato semplicemente «The Speach», il discorso che di fatto consegna a Reagan la guida politica del movimento conservatore americano. Un testimone che l’ex attore raccoglie subito riuscendo nell’impresa di farsi eleggere, nel 1966, governatore in uno dei più importanti Stati dell’Unione, la California, tra i più ricchi e più popolati, di tradizione democratica.
Se oggi gli anni ‘80 sono ricordati come una stagione felice di benessere e di prosperità economica, lo si deve proprio a quella spinta di ottimismo, di pragmatismo, di riforme e di modernizzazione che Reagan seppe imprimere agli Stati Uniti e di conseguenza a tutte le nazioni industrializzate dell’Occidente. Artefice, sul piano ideologico e culturale, della rivoluzione conservatrice e antistatalista che caratterizzò gli ultimi decenni del secolo breve, Reagan è anche il presidente degli Stati Uniti che ha sconfitto il comunismo sovietico e vinto la Guerra fredda «senza sparare un colpo», ricorda ancora Sangiuliano citando la Thatcher. Un presidente che si è guadagnato un posto nella storia. Negli ultimi decenni negli Usa i democratici hanno liberalizzato con forza interi settori (voli, finanza, over the top digitali) con esiti a volte controversi, i repubblicani hanno giocato per lo più in difesa con un spirito conservatore. Reagan è stato entrambe le cose, forse il suo successo lo si deve a questo suo pragmatismo tipicamente americano. (riproduzione riservata)