Sembrava la volta buona: la possibilità di costituire delle imprese in maniera semplificata, gratuita e online rappresentava una best practice italiana che ci aveva permesso di essere guardati con ammirazione, una volta tanto, dai 25 Paesi europei che lo scorso 21 marzo, insieme all’Italia, hanno sottoscritto gli impegni sugli «Startup Nations Standard» volti a creare un framework di condizioni favorevoli e condivise, con Dg Connect. Impegni tra cui figura la costituzione online a basso costo, se non gratuita, delle startup. Una vera innovazione, da cui tutta Europa ha preso spunto, e che è stata recepita con favore dagli imprenditori tanto che dal 2016, anno della sua attivazione, sono state costituite circa 6mila startup e di queste circa 3.800 hanno utilizzato la modalità online.
Purtroppo una recente sentenza del Consiglio di Stato, accogliendo il ricorso del Consiglio nazionale del notariato per la riforma di una sentenza del Tar del Lazio, ha bocciato in blocco questa pratica innovativa a causa di alcuni vizi nel decreto ministeriale attuativo, facendo fare un grave passo indietro al Paese e provocando confusione e disorientamento non solo tra gli imprenditori che si stavano accingendo a costituire una startup, ma anche tra quelli che fino al 28 marzo avevano usufruito della modalità semplificata, sollevando pericolosi dubbi sulla loro legittimità. Con il pretesto di un provvedimento attuativo mal scritto, non possiamo subire un ritorno anacronistico all’Italia delle carte bollate, in contrasto con lo spirito della legge e con gli impegni assunti in Europa. È ancor meno accettabile che si sfrutti l’occasione di una direttiva europea come la (Ue) 2019/1151, che ha un chiaro intento di snellimento e modernizzazione, per introdurre al contrario una «restaurazione». La vicenda è sconcertante perché offre l’immagine di un Paese che, dopo un passo avanti che l’aveva reso un riferimento all’avanguardia in Europa, ne ha fatti due indietro, per tornare a un sistema macchinoso e oneroso che ostacola lo spirito imprenditoriale, oltre a minare la concorrenza tra piattaforme e modelli: non ci possiamo lamentare se allora gli startupper italiani ricominciano a fuggire dal nostro Paese. L’emendamento al decreto legge Sostegni-bis presentato dal MoVimento 5 Stelle alla Camera dei Deputati, a prima firma di Luca Carabetta, mira a reintegrare questa misura e a dare esplicite certezze alle startup già costituite online. Esso vuole ristabilire la possibilità di scegliere tra due modalità di iscrizione, l’atto pubblico notarile e la procedura telematica che permetta di redigere l’atto costitutivo con scrittura privata informatica su modelli standard predefiniti dai ministeri di Giustizia e Sviluppo economico, conferendo al contempo agli uffici del Registro i poteri per i necessari controlli. L’emendamento ha anche l’obiettivo ambizioso di estendere questa misura a tutte le Srl e le Srl semplificate, per far sì che sempre più procedure siano agili ed economiche. Se mancassimo questa opportunità, le conseguenze sarebbero gravi e durature.
Oggi chiunque può stabilire la residenza digitale, per esempio in Estonia, e aprire lì una impresa in modalità digitale, senza mai uscire dalla propria abitazione in Italia. Perché mai un imprenditore dovrebbe preferire la burocrazia soffocante e avvilente del nostro Paese a quella di un altro Stato europeo dove concretizzare il proprio progetto di investimento è facile, economico e veloce? Per questo dobbiamo muoverci con la massima urgenza: il nostro Paese ha il dovere di sostenere e favorire l’imprenditorialità innovativa soprattutto in questo momento storico che ha messo l’economia reale a dura prova. Se non agiamo in fretta la strada per aprire un’impresa in Italia sarà ancora più in salita. (riproduzione riservata)