I creatori del popolare servizio di messaggistica WhatsApp, Jan Koum e Brian Acton, hanno abbandonato il campo, lasciando sul piatto 1,3 miliardi di dollari. La costosa uscita di scena ha messo la parola fine a una lunga disputa su come spremere ricavi da WhatsApp. Facebook rimane fedele al modello basato sulla pubblicità, anche se il ceo Mark Zuckerberg ultimamente ha dovuto difendersi di fronte alle autorità americane ed europee. Negli ultimi anni Koum ed Acton hanno avuto persistenti contrasti con Zuckerberg e il chief operating officer Sheryl Sandberg, impazienti di avere maggiori ritorni a fronte della spesa di 22 miliardi di dollari fatta per acquisire WhatsApp nel 2014.
Molte controversie riguardano il modo di gestire la privacy e di monetizzare l’ampia base utenti, anche con annunci mirati, a cui i fondatori di WhatsApp si oppongono da tempo. Soprattutto negli ultimi due anni, Zuckerberg e la Sandberg hanno spinto per una maggiore flessibilità. Acton e Koum sono veri difensori della privacy. Facebook, d’altra parte, ha costruito un business pubblicitario tentacolare e redditizio, che distribuisce gli annunci in base ai dati raccolti sull’attività degli utenti. Zuckerberg e la Sandberg ne hanno fatto un manifesto: un prodotto sostenuto dalla pubblicità, ma gratuito che aiuta a superare il digital divide.
Al momento dell’acquisto, Zuckerberg aveva detto agli analisti che lui e Koum concordavano sul fatto che la pubblicità non fosse il modo giusto di fare soldi con le app di messaggistica e aveva promesso autonomia ai due fondatori. Nel corso del tempo, però, è cresciuta la frustrazione tra le parti. Koum ha annunciato il 30 aprile scorso che se ne sarebbe andato e Acton si è dimesso lo scorso settembre. «Un contesto passivo-aggressivo», riportano le indiscrezioni, conclusosi senza un confronto con Zuckerberg, ma con la presa di coscienza di avere combattuto una battaglia persa e l’intenzione di preservare il rapporto con i capi di Facebook.
A marzo, la questione è diventata di dominio pubblico con un tweet di Acton. All’apice dello scandalo Cambridge Analytica, ha annunciato l’intenzione di cancellare l’account Facebook. Quando ha fatto visita alla sede, David Marcus, alla guida di Messenger, l’ha affrontato: «Una caduta di stile». E Acton si è limitato a fare spallucce. Il post è costato una telefonata furiosa di Sandberg a Koum, che ha assicurato la totale assenza di cattive intenzioni.
Al momento dell’uscita, Acton ha incassato circa 900 milioni di dollari di stock award. Koum dovrebbe lasciare ufficialmente a metà agosto, nel qual caso dirà addio a più di due milioni di azioni non maturate, pari a 400 milioni di dollari alla quotazione attuale. Entrambi avrebbero ricevuto l’intero bottino se fossero rimasti fino a novembre, al termine dei contratti. «Jan ha fatto un ottimo lavoro nello sviluppo di WhatsApp. È un instancabile fautore della privacy e della crittografia», ha detto Zuckerberg il mese scorso alla conferenza degli sviluppatori. «Sono orgoglioso che Facebook abbia aiutato WhatsApp a lanciare la crittografia end-to-end un paio d’anni dopo l’acquisizione».
Facebook e WhatsApp non potrebbero essere più diversi. Dagli esordi nel 2004, il social sfrutta l’accesso alle informazioni sull’utente per vendere pubblicità mirate sui news feed. Il modello ha avuto un enorme successo, portando il valore di mercato oltre i 500 miliardi di dollari e la pubblicità rappresenta il 97% delle entrate. Ma è agli antipodi di WhatsApp. Koum, che non ha finito la San Josè State University, è cresciuto in Ucraina nell’era sovietica, quando il governo controllava tutte le comunicazioni e ha fatto amicizia con Acton mentre lavoravano entrambi come ingegneri a Yahoo. L’esperienza è stata scioccante per entrambi, arrivati a definire gli annunci display pacchiani, buoni solo a rovinare l’esperienza degli utenti e a consentire agli inserzionisti di raccogliere dati di ogni tipo sugli ignari utilizzatori del servizio.
WhatsApp, lanciata nel 2009, è stata progettata per essere semplice e sicura: una volta inviati, i messaggi venivano immediatamente cancellati dai server. Per alcuni utenti, dopo un anno gratis, era previsto un canone annuo di 99 centesimi, ma nessun tipo di pubblicità. In un post del 2012 i co-fondatori scrissero: «Volevamo realizzare qualcosa che non fosse un’altra camera di smistamento di annunci pubblicitari», che sono «un insulto all’intelligenza». Nonostante le diverse opinioni politiche (Koum ha pubblicamente espresso il suo sostegno a Trump) i due sono amici intimi legati dalla passione per il frisbee.
Attualmente WhatsApp conta 1,5 miliardi di utenti. Quando nel febbraio 2014 lo ha acquistato Facebook, il servizio di messaggistica cresceva rapidamente e aveva già accumulato 450 milioni di utenti mensili, era più popolare di Twitter (240 milioni di utenti mensili e una valutazione di 30 miliardi di dollari).
L’operazione resta il più grande acquisto di una società con la garanzia del venture capital, ed è stato dieci volte più oneroso rispetto alla seconda acquisizione più costosa affrontata da Facebook. Zuckerberg aveva assicurato a Koum e Acton che non avrebbe inserito la pubblicità nel servizio di messaggisitica. I due avevano negoziato una clausola insolita: se Facebook avesse insistito con «ulteriori iniziative di monetizzazione» come la pubblicità, questa sarebbe stata una «giusta causa» per andarsene e causare un’accelerazione del conferimento dei premi in azioni non distribuiti. Ma solo se il soggetto fosse stato dipendente nel momento in cui l’azienda avrebbe lanciato la pubblicità o altre strategie di monetizzazione. Acton si è appellato alla clausola ma il team legale di Facebook ha minacciato una battaglia. Così Acton, che aveva già in tasca oltre 3 miliardi di dollari, ha lasciato stare.
Secondo gli analisti lo scontro era inevitabile. Per Nate Elliott, direttore di Nineteen Insights i fondatori di WhatsApp sono stati «proprio ingenui» per aver creduto che Facebook non avrebbe trovato un modo per guadagnare dall’affare: «Facebook è un’azienda, non un ente di beneficenza». (riproduzione riservata)
*traduzione di Giorgia Crespi
