Hanno fatto benissimo Abi, Confindustria, sindacato Fabi e le altre associazioni di imprese a moltiplicare le pressioni su governo e organismi europei affinché siano varate al più presto nuove e più incisive misure di emergenza per dare respiro al nostro sistema produttivo. Tra le richieste, l’allungamento della durata dei prestiti concessi alle aziende, l’allungamento delle garanzie concesse dallo Stato, nonché il rinnovo delle moratorie sui debiti delle imprese scadenti al 30 giugno. E, infatti, anche grazie a queste pressioni, il prossimo decreto del governo sarà verosimilmente tutto rivolto a sostenere il comparto produttivo, almeno sino a fine anno. Tuttavia, poiché «del doman non v’è certezza», potrebbe essere utile fare alcune considerazioni su cosa succederebbe al nostro sistema economico-finanziario se lo scudo offerto dalle vecchie e nuove misure di emergenza fosse abbassato prima della cessazione dell’allarme sanitario e del consolidamento della ripresa. Anche perché non è affatto detto che il termine del dicembre 2021 sia sufficiente.
Prima considerazione: il mancato rinnovo delle moratorie o il mancato allungamento della durata dei prestiti concessi alle imprese genererebbe un pericoloso «effetto rebound» simile a quello che si manifesta quando, sospendendo bruscamente l’assunzione di un farmaco per la pressione, quest’ultima si impenna a livelli da ictus. Infatti, l’azienda si troverebbe all’improvviso ad affrontare, da una parte, flussi di cassa ancora asfittici per colpa dei lockdown e un ammortamento dei prestiti troppo rapido. Dall’altra, flussi in uscita in rapida accelerazione a causa dell’ipotizzata premorienza delle moratorie. Oltretutto, verosimilmente, l’effetto rebound sui flussi di cassa si ripercuoterebbe, senza grandi distinguo di settore e di tipologia aziendale, su tutta la domanda aggregata coinvolgendo aziende clienti e fornitrici. Il tutto con conseguenze non facilmente calcolabili. Seconda considerazione: l’onda d’urto generata dall’effetto rebound, si propagherebbe dal sistema imprese al sistema bancario danneggiando, anche in maniera irreversibile, il rapporto banca-impresa. Infatti, con le nuove nuove normative di vigilanza europee entrate in vigore nella notte di San Silvestro, le banche devono attenersi a criteri molto più rigidi rispetto al passato per quanto riguarda la classificazione delle aziende in difficoltà nell’ambito del «credito deteriorato» (npl). Basterà uno sconfinamento continuativo dell’impresa per oltre 90 giorni di importo superiore alla soglia di materialità (1% del totale delle esposizioni dell’azienda nei confronti della banca) perché l’azienda si ritrovi a dimenarsi nella vischiosa ragnatela del credito deteriorato. Le conseguenze per l’azienda sono, ovviamente, la difficoltà di mantenere l’accesso al credito, il peggioramento del rating, l’irrigidimento, in un momento delicatissimo, del rapporto con la banca. E non bisognerebbe mai scordare, a questo proposito, che in Italia vige la regola del 90/60/90 che ci ricorda che il 90% delle nostre imprese sono piccole imprese dalle spalle strette, il 60% di queste ha un rating non eccelso (B; BB; BBB o equivalenti) e che il 90% di queste ha la banca come fonte primaria o unica di sostentamento finanziario. Terza considerazione: il descritto effetto rebound non solo si propaga tra i sistemi, ma genera anche un pericolosissimo circolo vizioso. Infatti, sulle posizioni classificate in credito deteriorato, la banca è costretta ad aumentare gli accantonamenti a conto economico ed, eventualmente, a rafforzarsi patrimonialmente. Per esempio, una posizione non assistita da garanzie reali, entrata in credito deteriorato a causa delle normative di San Silvestro, dovrà essere coperta al 100% da accantonamenti a conto economico da parte della banca entro tre anni (calendar provisioning).
Questo meccanismo tende a limitare, come ampiamente dimostrato nella precedente crisi, la possibilità per il sistema bancario di supportare il sistema imprenditoriale durante una crisi sistemica. Più in particolare, il rischio è che la banca, a causa delle più incisive normative di vigilanza, possa incontrare maggiori difficoltà a supportare anche quelle imprese che, ancorché non ricomprese tra gli npl, evidenzino crescenti anomalie («credito anomalo»). Il problema è che, se anche questa fascia di aziende «in bilico» dovesse scivolare nella ragnatela del credito deteriorato, si attiverebbe quel circolo vizioso che, generato come visto dal nefasto effetto rebound sulle imprese, si chiuderebbe impedendo alle banche di supportare il sistema imprenditoriale stesso. La conseguenza ultima di questo insano meccanismo sarebbe un aumento delle aziende ricoverate in «terapia intensiva», che è esattamente ciò che andrebbe evitato ad ogni costo. (riproduzione riservata)