C’è fermento sul mercato dei bond, statunitensi ed europei. Nell’ultima settimana, solo per fare un esempio, il rendimento del Bund tedesco a 10 anni è sceso di circa 10 punti base, dal 2,85% al 2,75%. Il tutto per riflettere quanto sta accadendo negli Usa, commenta l’head of fixed income di Generali Asset Management, Mauro Valle.
«Nell’ultima settimana, il decennale Usa è sceso di circa 20 punti base, raggiungendo il 4,04%, dopo i dati su inflazione e mercato del lavoro». A gennaio, in particolare, l’occupazione non agricola «è salita di 130 mila unità, superando le attese di 65 mila, mentre il tasso di disoccupazione è sceso al 4,3%». Anche l’inflazione, prosegue l’esperto, «è risultata leggermente migliore delle attese al 2,4% contro il 2,5% previsto».
Dal punto di vista della Federal Reserve, nonostante il quadro non cambi in maniera sostanziale, «nella scorsa settimana il mercato ha leggermente aumentato le aspettative di tagli, prezzandone 2,5 entro dicembre», prosegue Valle.
Aspettative che si sono riflesse anche sul movimento dei titoli di Stato. «L’attuale livello dei rendimenti del Treasury riflette attese di inflazione più bassa, un minore impatto dei dazi sui prezzi e un atteggiamento più accomodante della Fed sotto il nuovo presidente Warsh», elenca l’esperto.
Al contempo, sottolinea il responsabile del reddito fisso di Generali Am, «il mercato non ha modificato le aspettative di nessun taglio da parte della Bce nel 2026, pur assegnando una probabilità di circa un terzo che un taglio possa verificarsi entro l’anno».
Quali sono le implicazioni per gli investitori obbligazionari? «I portafogli presentano una duration relativa lunga, ma il posizionamento potrebbe essere ridotto se i tassi del Bund scenderanno sotto il 2,7%, diminuendo l’esposizione ai titoli tedeschi». La strategia di Valle, in questo contesto, «continuerà a favorire una posizione lunga sui Btp rispetto a un forte sottopeso sui titoli francesi. Spagna, titoli Ue e Grecia restano lunghi. L’esposizione sulla curva resta lunga sul segmento 5-10 anni e leggermente corta sulle scadenze 15-30 anni».
Al tempo stesso, l’esperto rimane costruttivo «sul credito investment grade (titoli ad alto merito creditizio, ndr) in euro, sostenuto dal ciclo della leva finanziaria, dal basso rischio di default e dalla forte domanda». Sebbene gli spread possano sembrare più vulnerabili, aggiunge, «un allargamento strutturale appare improbabile, rendendo i rendimenti in eccesso rispetto ai governativi una ragionevole aspettativa nel breve termine».
Valle resta neutrale «tra finanziari senior e titoli non finanziari, con un bias difensivo verso settori come auto, software e editoria. Gli ibridi offrono ancora valore, con rendimenti sopra il 4%, pur monitorando la possibile nuova offerta da emittenti recentemente declassati, ad esempio Stellantis».
Nei finanziari subordinati, infine, «i fondamentali sono solidi ma le valutazioni elevate, con spread sub-senior ai minimi storici. Il portafoglio è investito per circa il 51,7% in corporate investment grade, mentre l’esposizione al segmento high yield rappresenta il 7% del totale». (riproduzione riservata)