Si chiude anche il terzo giorno di collocamento di Btp Italia Sì, il titolo di Stato a cinque anni destinato esclusivamente al pubblico degli investitori retail e indicizzato all'inflazione nazionale Foi, che prevede un tasso cedolare fisso dell'1,6% annuo (potrà essere rivisto solo al rialzo alla fine del collocamento) e un premio fedeltà dello 0,6% per chi lo comprerà in emissione e lo terrà fino alla scadenza.
Mercoledì 17 giugno la raccolta ha superato sfiorato 1,55 miliardi di euro da parte di quasi 50 mila sottoscrittori. In totale, nel corso dei tre giorni il Btp Italia Sì è stato acquistato da oltre 216 mila italiani, che hanno investito nel titolo di Stato del Tesoro più di 6,9 miliardi di euro.
Interessante il dato sul ticket medio, che scende sotto quota 32 mila euro (31.889): un ulteriore segnale del fatto che la platea di investitori è composta in gran parte dal retail puro a cui questo bond sovrano è prettamente rivolto, anche se non sono mancati ordini multimilionari (tra cui uno record da 42 milioni).
Dopo i primi due giorni di collocamento gli ordini erano arrivati sopra i 5,3 miliardi, con due indicazioni principali. La prima riguarda la quota di investitori individuali che hanno acquistato il Btp Italia Sì: oltre 166 mila italiani, in crescita dell'11% rispetto all'emissione indicizzata del maggio 2025.
La seconda indicazione è invece relativa al taglio minimo: 32.177 euro, il più basso delle ultime cinque emissioni speciali del Mef.
L'incognita adesso è capire quale può essere il ruolo di un titolo indicizzato in portafoglio nel momento in cui l'accordo di pace tra Usa e Iran sta facendo sgonfiare i prezzi del petrolio e quindi il rischio di un'impennata dei prezzi.
«Per quanto riguarda l'obbligazione in offerta il suo tasso di pareggio dell'inflazione (livello medio di inflazione futura che rende indifferente investire in un titolo a tasso fisso oppure in un titolo indicizzato di pari durata, ndr) dell'1,5% è relativamente basso, considerando che la media dell'inflazione italiana negli ultimi dieci anni si è attestata al 2%», spiega Francesco Maria Di Bella, fixed income strategist di Unicredit. «Se nei prossimi cinque anni dovesse verificarsi un nuovo shock inflazionistico, l'inflazione media sarebbe con ogni probabilità superiore all'1,5%», aggiunge l'esperto, per poi ricordare che «sebbene sia improbabile che l'inflazione torni ai picchi registrati nel 2022, i rischi inflazionistici appaiono oggi maggiori rispetto al passato, riflettendo l'evoluzione dell'assetto geopolitico globale, gli sviluppi tecnologici e la transizione ecologica». riproduzione riservata)