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Previdenza, ecco perché i fondi pensione devono far parte del portafoglio di tutte le famiglie

di Carlo Giuro
17 ottobre 2023, 15:48 Ultimo aggiornamento: 19 ottobre 2023, 14:31

La mancata educazione previdenziale è evidenziata dalle rilevazioni di Ocse. Il 50% ha un'idea del sistema di calcolo dell'Inps, solo il 17 % del campione è iscritto alla previdenza complementare e l’accumulazione di risparmi pensionistici è limitata. Intervista alla prof.ssa Paola Bongini (Bicocca)

Previdenza, ecco perché i fondi pensione devono far parte del portafoglio di tutte le famiglie

In un sistema previdenziale come quello italiano che si caratterizza per un elevato tasso di “volatilità normativa” con ricorrenti e frequenti riforme, diviene sempre più importante il ruolo della educazione previdenziale. Il cittadino/risparmiatore ha necessità di avere infatti le nozioni per potere meglio orientare le proprie scelte e “costruire” nel tempo il proprio futuro. Milano Finanza ne ha parlato con la prof.ssa Paola Bongini, docente di Economia e Intermediari finanziari all’Università di Milano Bicocca ed esperta di educazione finanziaria.

Previdenza, ecco perché i fondi pensione devono far parte del portafoglio di tutte le famigliePaola Bongini (Università Bicocca)
Paola Bongini (Università Bicocca)

Domanda. Perché è importante l’educazione finanziaria e quali possono essere i concreti benefici che essa può apportare?

Risposta. L’educazione finanziaria ha come obiettivo quello di incrementare le competenze finanziarie degli individui. Queste competenze sono fondamentali per più motivi. Tra questi evitare problemi di sovra-indebitamento, far fronte a eventuali shock finanziari, rispettare il servizio del debito, come pagare capitale e interessi alle scadenze pattuite, risparmiare e pianificare per la pensione.

D. Concentrando la attenzione in modo specifico sulla previdenza quale è il livello di conoscenza degli effetti concreti delle diverse riforme delle pensioni?

R. Il Rapporto Edufin, ricerca promossa annualmente dal Comitato ministeriale per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria (Comitato Edufin) in collaborazione con Doxa, misura il livello di cultura finanziaria, assicurativa e previdenziale degli italiani. L’indagine del 2023 conferma la bassa conoscenza dei concetti di base previdenziali (meno del 50% risponde correttamente alle domande), ad un livello addirittura inferiore a quello raggiunto per la conoscenza di concetti finanziari.

Emerge una complessiva overconfidence rispetto alle proprie nozioni previdenziali di base (soprattutto in relazione al funzionamento della previdenza pubblica) e tale sovrastima è generalmente più alta per gli uomini e per le classi di età più giovani: la percentuale di coloro che conoscono quale sia il regime di calcolo della pensione pubblica per i neoassunti è al di sotto del 50%, si ferma a circa il 37% tra le donne e al 34% tra i giovani di 25-34 anni.

La percentuale delle risposte corrette scende ulteriormente quando si verifica la conoscenza del meccanismo di rivalutazione dei contributi per il calcolo della pensione pubblica nel sistema contributivo (circa il 43%). Risposte corrette sono assai inferiori tra le donne (circa il 36%) e tra i giovani appartenenti alla classe di età 18-34 (circa il 32%).

Infine, nella rilevazione del 2023 è stata aggiunta la domanda sulla conoscenza del meccanismo pay as you go (PAYG) ovvero della modalità di finanziamento del sistema pensionistico pubblico italiano, in base alla quale le pensioni in erogazione sono pagate utilizzando i contributi dei lavoratori attivi, ossia che ancora lavorano: questa domanda registra una conoscenza ancora più bassa delle precedenti nozioni e quindi una più ampia distanza rispetto alla quota che giudica positivamente le proprie conoscenze.

D. Quanto è conosciuta la previdenza complementare, le diverse forme pensionistiche e i meccanismi di funzionamento?

R. Per quanto riguarda la conoscenza degli strumenti di previdenza complementare (fondi pensione e piani individuali pensionistici) sui tre anni di indagine la percentuale di coloro che dichiarano di averne almeno sentito parlare è di oltre l’80%, con dei picchi in corrispondenza di un titolo di studio terziario, della classe di reddito più alta e delle fasce d’età centrali. Sebbene sia diffusa la consapevolezza della necessità di una pianificazione finanziaria ai fini previdenziali (70% del campione, con l’eccezione delle fasce più giovani (18-34 anni), tuttavia solo il 17 % del campione è iscritto alla previdenza complementare e l’accumulazione di risparmi pensionistici è limitata (il 66% degli iscritti ha accumulato un montante che non supera i 50 mila euro); si osserva anche un gap di genere nel risparmio pensionistico, coerentemente con quanto si osserva sul mercato del lavoro.

L’indagine ha anche raccolto informazioni circa le ragioni della mancata adesione alla previdenza complementare: emerge un quadro frammentato di motivazioni in cui prevalgono la presenza di vincoli di bilancio alla creazione di risparmi (26,5%) e la scelta di investire in modo autonomo le risorse a disposizione per la finalità previdenziale, perdendo così i vantaggi fiscali della previdenza complementare (19,8%). Per i più giovani prevale la procrastinazione nelle decisioni previdenziali.

D. Tema delicato e attuale è quello del Tfr. Lo scorso anno gli effetti dell’inflazione e l’andamento dei mercati hanno fatto sì che la rivalutazione legale del trattamento di fine rapporto di lavoro sia stata attorno alle due cifre mentre i fondi pensione hanno avuto rendimenti negativi. Quest’anno le prime stime ribaltano la situazione.

R. Innanzitutto, sottolineerei il tema dell’orizzonte temporale. L’investimento previdenziale è per sua natura un investimento di lungo termine. Fare confronti sui rendimenti annuali o al più triennali, come si è visto su tanta stampa, che con toni allarmistici ha messo in discussione la convenienza della previdenza complementare rispetto al Tfr, è un errore. Se analizziamo gli stessi dati su un orizzonte di 10 anni la situazione è già ben diversa. Anni come il 2022 – con rendimenti negativi della previdenza complementare e incrementi significativi del rendimento del Tfr - si sono registrati 5 volte negli ultimi 100 anni, ossia quando c'è stata una salita repentina dell'inflazione e una marcata correzione dei mercati. In generale, in un mondo a inflazione sostenuta il Tfr offre buone rivalutazioni, ma ciò non è plausibile nel lungo periodo.

Mancano dall’analisi due aspetti fondamentali che vanno considerati. Nelle simulazioni di lungo periodo che considerano anche il vantaggio fiscale della previdenza complementare, questo si traduce, a parità di rendimenti, in una differenza sul montante netto che arriva ad ammontare anche al 25%. Per il rischio di credito associato al Tfr – in finanza vale il leit motiv “non tenere le uova nello stesso cestino”, ossia non voglio legare il mio sostentamento attuale (reddito da lavoro) e futuro (la mia pensione) alla capacità di rimanere sul mercato del mio datore di lavoro.

D. Per rilanciare la previdenza complementare in termini di adesioni si sta ragionando sulla riproposizione di meccanismi di “spinta gentile” come il silenzio assenso, su un possibile almeno in parte restyling fiscale e su campagne istituzionali di educazione previdenziale.

R. Non esiste una sola strada corretta. Tutte le opzioni nominate concorrono al fine ultimo di aumentare non solo la consapevolezza dell’importanza di una pianificazione previdenziale (che già abbiamo detto essere alta negli italiani) ma soprattutto di fornire degli strumenti utili ed efficaci perché la consapevolezza diventi poi azione. Particolare efficacia in altri contesti hanno mostrano avere gli strumenti di silenzio-assenso, sia per la partecipazione alla previdenza complementare sia per la scelta della linea di investimento più adeguata all’età del lavoratore. (riproduzione riservata)



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