
È questa la direzione indicata anche dall’Ocse, secondo cui i sistemi di istruzione superiore stanno progressivamente passando da modelli basati sulla riproduzione delle conoscenze a modelli orientati alla dimostrazione delle competenze. Un cambiamento reso ancora più evidente dalla crescente diffusione dell’intelligenza artificiale generativa. Secondo una rilevazione del Joint Research Centre della Commissione europea, oltre il 60% degli studenti universitari dichiara infatti di utilizzare strumenti di AI per attività legate allo studio, con un impatto diretto sulle forme tradizionali di verifica dell’apprendimento.
L’uso sempre più diffuso di questi strumenti apre però nuove questioni. Se da un lato l’intelligenza artificiale può rappresentare un supporto allo studio, dall’altro aumenta il rischio di un apprendimento superficiale o di un utilizzo acritico delle tecnologie generative. È un aspetto evidenziato anche dall’AI in Higher Education Global Survey del Digital Education Council, secondo cui il 61% degli studenti ritiene che l’IA consenta di liberare tempo da dedicare al pensiero critico. Allo stesso tempo, il 66% teme che possa rendere lo studio più superficiale e il 60% chiede un quadro di regole chiare e condivise per garantire l’equità degli esami svolti a distanza.
In questo contesto, la risposta passa anche dall’evoluzione degli strumenti utilizzati durante le prove. Browser protetti possono impedire l’impiego di monitor aggiuntivi, screenshot o accessi tramite desktop remoto, mentre sistemi chiusi di Adaptive Testing e Question Bank consentono di adattare in tempo reale la difficoltà delle domande al profilo del candidato. L’obiettivo è spostare la valutazione oltre la semplice memorizzazione, privilegiando le capacità di analisi critica, interpretazione e giudizio indipendente, riducendo così lo spazio per gli automatismi.
Parallelamente cambia anche il significato dell’esame universitario. La disponibilità crescente di informazioni e strumenti di supporto rende infatti meno centrale la sola acquisizione delle conoscenze e attribuisce maggiore importanza alla capacità dello studente di rielaborarle, collegare discipline diverse, applicarle a contesti nuovi e costruire un ragionamento solido. Di conseguenza, le prove di valutazione incorporano sempre più spesso componenti progettuali, interpretative e applicative accanto alle verifiche tradizionali.
Anche le evidenze comparative richiamate nel testo vanno nella stessa direzione. Le pratiche di valutazione considerate più efficaci non dipendono dall’adozione di un unico formato, ma dalla combinazione di strumenti differenti, tra prove scritte, colloqui orali, project work, valutazioni progressive e attività applicative. L’attenzione si sposta così dalla forma dell’esame alla coerenza tra gli obiettivi formativi e le modalità con cui vengono verificate le competenze acquisite.
Lo stesso vale per il dibattito sull’affidabilità degli esami online, spesso ridotto alla possibilità che siano più esposti a comportamenti non conformi rispetto alle prove in presenza. La letteratura internazionale propone invece una prospettiva diversa, secondo cui il punto decisivo non è il formato dell’esame, ma il modo in cui la valutazione viene progettata e le competenze che è chiamata a misurare.
Negli ultimi anni, anche in seguito alla pandemia, molte università hanno introdotto sistemi di remote proctoring che combinano verifica dell’identità, blocco delle risorse esterne, registrazione audio e video e, in alcuni casi, analisi automatizzata del comportamento dello studente. Studi pubblicati sul Journal of Academic Ethics e ricerche sperimentali citate nel testo mostrano che questi strumenti, quando vengono adottati, sono associati in diversi contesti a una riduzione delle opportunità di comportamenti non autorizzati rispetto alle prove non supervisionate.
L’efficacia di queste soluzioni, tuttavia, varia in funzione della tipologia di esame. I risultati appaiono più significativi nei test strutturati, mentre diventano meno determinanti quando la prova richiede ragionamento articolato, produzione argomentativa o applicazione delle conoscenze a casi non standardizzati. Le revisioni più recenti evidenziano infatti che gli effetti dipendono non soltanto dalla tecnologia utilizzata, ma anche dalla progettazione delle prove e dal contesto disciplinare.

Se l’intelligenza artificiale è entrata stabilmente nello studio universitario, anche il modo di progettare gli esami deve cambiare. Per Luigi Traetta, professore ordinario di Didattica all’Università di Foggia, il tema non è contrapporre prove in presenza ed esami online, ma costruire sistemi di valutazione capaci di misurare davvero le competenze degli studenti. È questo il passaggio che, secondo il docente, riguarda ormai l’intero sistema universitario e il rapporto tra formazione e mercato del lavoro.
Professore, perché il dibattito sugli esami online rischia di essere fuorviante?
Perché continua a concentrarsi sul luogo in cui si svolge la prova, quando il vero tema è un altro. Oggi la domanda non è se un esame si tenga in aula o a distanza, ma se riesca a certificare competenze reali. La credibilità del titolo di studio dipende dalla qualità della valutazione, non dal mezzo attraverso cui viene erogata.
Quanto incide la diffusione dell’intelligenza artificiale su questo cambiamento?
Incide profondamente. L’AI è ormai uno strumento utilizzato dalla grande maggioranza degli studenti e questo modifica inevitabilmente il significato dell’esame. Se gli strumenti generativi sono disponibili durante il percorso di apprendimento, la valutazione deve verificare soprattutto la capacità di analizzare, interpretare e applicare le conoscenze, non la loro semplice riproduzione.
Molti continuano ad associare gli esami online a un maggiore rischio di irregolarità. Cosa emerge dalle ricerche?
Le evidenze mostrano che il problema non è la distanza in sé. Il fattore decisivo è l’assenza di supervisione. Gli studi più recenti indicano che sistemi adeguati di controllo riducono le opportunità di comportamenti scorretti e che il rischio di frode riguarda anche le prove svolte in presenza, se non sono progettate e presidiate in modo efficace.
Quale ruolo svolge oggi la tecnologia nella progettazione degli esami?
È un supporto importante. Browser protetti, verifica dell’identità, sistemi di supervisione e adaptive testing consentono di rafforzare l’integrità della prova e di costruire percorsi di valutazione più efficaci. Tuttavia la tecnologia, da sola, non basta: resta uno strumento al servizio di una progettazione didattica solida.
Qual è allora la sfida per le università?
La distinzione decisiva non è più tra esami in presenza ed esami online, ma tra prove progettate bene e prove progettate male. La credibilità dei titoli di studio dipende dalla capacità di valutare competenze, autonomia e ragionamento attraverso prove coerenti con gli obiettivi formativi. È su questi standard che si misura il valore della laurea. (riproduzione riservata)