Forse è ancora presto per un bilancio serio e compiuto del mitico Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza scaduto martedì 30 giugno. Il Pnrr avrebbe dovuto mettere il turbo all’Europa, consentendo soprattutto ad alcuni Paesi membri di colmare lacune rilevanti accumulate ancor prima della pandemia. Ed è su questo punto che già si può parlare di qualche risultato raggiunto, ma anche di molte occasioni perdute.
La prima e più importante riguarda l’impatto pressoché inconsistente sulla crescita economica di un’iniezione di denaro così imponente. Dei 198 miliardi previsti ne sono stati incassati finora 166, con una spesa effettiva di 120. Somme dell’ordine di grandezza di alcune leggi finanziarie, che hanno però consentito al ritmo di crescita del prodotto interno lordo italiano di mantenersi a malapena sul tradizionale zerovirgola che caratterizza l’economia italiana ormai dall’inizio del secolo. Non fossero arrivati quei soldi, la recessione sarebbe stata conclamata. Il paragone con la Spagna, che dal programma europeo Next Generation Eu ha avuto meno soldi dell’Italia e non li ha certamente impiegati con efficienza migliore, è avvilente: il tasso di crescita dell’economia spagnola è ben oltre il triplo di quello italiano.
La lezione è che nemmeno il Pnrr è riuscito a scalfire i problemi strutturali del Paese. La sanità, per esempio. Il Covid-19 aveva messo a nudo tutte le fragilità del sistema, ma nemmeno quel dramma è servito a far cambiare rotta; si può anzi affermare senza essere smentiti che i problemi sono addirittura aumentati.
Ma ancora più significativa è la vicenda degli asili nido. L’Italia sta vivendo ormai da anni una profonda crisi demografica. Le ragioni sono analoghe a quelle per cui in tutti i Paesi sviluppati si fanno meno figli, ma da noi c’è qualcosa in più: la mancanza (assoluta, in certi contesti territoriali) di servizi per l’infanzia. Il Pnrr poteva rappresentare un’occasione per alleviare situazioni particolarmente pesanti, tanto che all’inizio erano stati pianificati interventi per 264 mila posti. Si è però capito che l’obiettivo era irrealizzabile, quindi il piano è stato ridimensionato di ben 114 mila posti con il taglio di quasi un miliardo di euro. E il fatto grave è che molti progetti non sono nemmeno partiti perché i Comuni non avrebbero avuto la possibilità di mantenere gli asili, una volta costruiti, per mancanza di risorse ordinarie e quindi personale. A febbraio scorso, peraltro, quasi due terzi dei soldi riguardavano investimenti ancora in fase di appalto o di esecuzione.
Il fatto è che la massiccia iniezione di denaro del Pnrr non è stata trattata in gran parte con la solita logica con cui, per fare un paragone, vengono utilizzati da sempre i fondi di coesione europei. Dice tutto, a questo proposito, la suggestione balenata in certi ambienti di governo all’inizio dell’avventura meloniana, quella di usare i soldi del piano anche per ridurre le tasse. Di sicuro una fetta consistente, superiore a 10 miliardi, è stata impiegata per il Superbonus; ed è una delle rare voci che hanno utilizzato in anticipo tutte le risorse previste. Mentre il numero impressionante dei progetti locali (nel sito Italia Domani se ne contano più di 300 mila) è la riprova che non si è riusciti a superare neppure in questo frangente la logica scontata della distribuzione a pioggia. Per finanziare interventi a volte discutibili, come corsi di formazione per estetisti.
Poco o nulla invece è stato destinato per affrontare una delle più gravi emergenze: il dissesto idrogeologico. Clamorosa, a fronte di così tanti denari a disposizione, è l’assenza di interventi previsti per la frana di Niscemi, in Sicilia. E colpiscono alcune scelte francamente incomprensibili. Come quella, già sottolineata da questo giornale con un documentato articolo di Anna Messia, di affidare un numero consistente di appalti per i danni dell’alluvione in Emilia-Romagna del 2023, alcuni dei quali compresi nel perimetro del Pnrr, a una società pubblica che ha come scopo principale quello di pagare i danni subiti dagli automobilisti in incidenti con veicoli privi di copertura assicurativa. Si chiama Consap. E - non per sfiducia - ma decisamente la gestione di quel genere di appalti non è il suo mestiere. Parla chiaro una lettera spedita ai vertici di questa società controllata dal Tesoro dal vice-commissario per l’emergenza Gianluca Goffredo, nella quale si lamenta che al 31 maggio scorso l’aggiornamento dei dati relativi agli appalti, da inserire obbligatoriamente nella relativa banca dati, fosse «attestato all’1,44%, evidenziando un significativo disallineamento tra i dati presenti in piattaforma e lo stato reale». I numeri della struttura commissariale dicono che alla vigilia del 30 giugno dei 216 interventi affidati a Consap i cantieri aperti erano 33, e 17 di questi con i fondi Pnrr. Eseguiti: 4.
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