Dopo l’invio alla Commissione Europea, quest’ultima ha due mesi di tempo per valutare i contenuti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr). La Commissione può chiedere informazioni supplementari e formulare osservazioni che possono portare a una revisione del piano. Se la valutazione è positiva, la Commissione formula una proposta al Consiglio, composto da ministri in rappresentanza di ciascuno Stato membro, che adotta entro un mese una decisione di esecuzione con l’indicazione dell’entità del contributo finanziario. L’ultimo passaggio, prima dell’erogazione di un anticipo sulle risorse, è la stipula tra la Commissione e lo Stato membro di un accordo che «costituisce un impegno giuridico specifico ai sensi del regolamento finanziario» (art. 23). Esso obbliga inoltre lo Stato a effettuare verifiche sull’utilizzo dei finanziamenti e ad adottare misure per evitare le frodi, la corruzione e i conflitti di interesse. Il piano prevede obiettivi, impegni e finanziamenti che coprono un arco temporale di cinque anni ed è modificabile solo «a causa di circostanze oggettive». Lo Stato deve presentare alla Commissione una richiesta motivata che può essere respinta dopo una fase di contraddittorio. E qui si pone un problema, visto che siamo nel biennio finale della legislatura. Il governo e il Parlamento stanno assumendo obblighi non rinegoziabili anche per conto dei successori. Questi ultimi potrebbero non condividere alcuni obiettivi, priorità e soprattutto le riforme strutturali delineate nel Pnrr. Cambi di indirizzo avrebbero però un costo politico e reputazionale elevatissimo, visto che all’Italia spetta la fetta più consistente delle risorse messe a disposizione a titolo di solidarietà tra gli Stati membri. Ciò ha creato numerosi «mal di pancia» in vari Paesi, Germania e Olanda in testa. Ma non basta. In caso di mancato raggiungimento dei traguardi e degli obiettivi intermedi la Commissione potrà sospendere le erogazioni, ridurre il contributo finanziario e, in ultima analisi, risolvere l’accordo stipulato con conseguente recupero dei finanziamenti già erogati. I singoli Stati membri potranno contestare i «gravi scostamenti» e investire, in ultima istanza, il Consiglio europeo, composto da tutti i capi di Stato o di governo, per discutere la questione al più alto livello politico. Anche il Parlamento europeo ha un compito di monitoraggio. La Commissione deve fornire informazioni sullo stato di attuazione dei piani nazionali, può essere invitata a un confronto e deve tener conto delle risoluzioni eventualmente approvate. Considerati gli obiettivi ambiziosi indicati nel piano italiano e la radicalità di alcune riforme strutturali in materia di pubblica amministrazione, giustizia e concorrenza, qualche problema potrebbe porsi già nei prossimi mesi. E ciò sia per ragioni oggettive, dovute all’impegno eccezionale richiesto al governo e al Parlamento nell’approvare gli atti normativi necessari entro pochi mesi sia per le resistenze di lobby e gruppi che hanno sempre ostacolato le riforme e che hanno già criticato qualche aspetto del piano. In vista dei prossimi appuntamenti elettorali le loro voci potrebbero trovare ascolto in sede parlamentare. Dobbiamo dunque aspettarci contrapposizioni, veti incrociati e compromessi al ribasso. In sede di monitoraggio del piano e di rendicontazione delle risorse erogate potrebbero sorgere attriti con la Commissione che per bocca del vicepresidente, Valdis Dombrovskis, ha già preannunciato il massimo rigore. Ciò potrebbe generare insofferenze analoghe a quelle esplose in occasione delle «cure da cavallo» imposte dalla cosiddetta Troika ad alcuni Stati dopo la crisi finanziaria del 2008 e che hanno alimentato il populismo. Il film è dunque appena agli inizi e ha una trama con momenti di suspense. Il lieto fine non può esser dato per scontato. (riproduzione riservata)