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Giancarlo Giorgetti, ministro dell'Economia
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Manovra, piuttosto che i profitti si tassino le Big Tech e i colossi della AI che fatturano quanto tutta la Ue

04 ottobre 2024, 19:01 Ultimo aggiornamento: 05 ottobre 2024, 12:23

Gli Antitrust del G7 preparano una strategia comune per evitare che Google, Meta, Microsoft, Apple & C dominino mondo e mercati. Anche i governi europei dovrebbero affrontare di più la questione delle implicazioni dell’intelligenza artificiale e dei suoi costi, a cominciare da quello energetico e ambientale

Si calcola che un cervello umano per funzionare richieda tra i 10 e 20 watt al giorno, cifra paragonabile a quella consumata da una lampada a led in mezza giornata. L’Intelligenza Artificiale assorbe invece circa 6 miliardi di watt al giorno, quanto produce una grande centrale elettrica e una media nucleare.

Questo enorme fabbisogno di energia viene ammesso con leggerezza dai player dell’Intelligenza Artificiale, nell’indifferenza di chi invece controlla alla virgola le emissioni delle automobili. Lo ha riconosciuto Sam Altman: per sfruttare al meglio il potenziale dell’età dell’oro della AI servono una visione comune, coraggio e grandi quantità di energia.

Il re della Silicon Valley, amministratore delegato di OpenAI, è stato in Italia ma non ha dato premi a nessuno, come invece Elon Musk alla premier Giorgia Meloni: ha solo dialogato con John Elkann all’Italian tech week, firmando un accordo con Gedi probabilmente simile a quello già siglato con Rcs, su cui l’Autorità della Privacy ha aperto una istruttoria per sapere se il Grande Robot possederà oltre agli archivi di Repubblica e Corriere della Sera anche i dati personali di chi viene citato negli articoli o magari di chi li legge.

Altman, che possiede il 7% del gioiello OpenAI, partecipata da Microsoft, è stato cristallino nelle intenzioni. Che non si dica “non lo sapevamo” quando il problema di genere sarà uomo-macchina. La sua missione, ha detto, rimane quella di lavorare per un «mondo migliore» in cui l’AI possa essere resa «accessibile a tutti».

I big del tech e dell’Intelligenza Artificiale più potenti degli Stati

In attesa di sapere chi siano questi «tutti», già sappiamo chi lavora e produce AI. Sono le Big Tech, le stesse aziende over the top che stanno cambiando nome, terreno di cultura (qualcuno ha notizie del Metaverso o forse era solo un luogo dove non pagare le tasse?) e attività.

Si chiamano, appunto, Microsoft, Apple, Google, Meta, per restare nel software, Nvidia e Tmsc per l’hardware. Tutte insieme capitalizzano più di 14.000 miliardi di dollari, poco meno del pil dei ventotto paesi dell’Unione Europea (che arriva a 16.000 miliardi) e praticamente la metà di quello americano che viaggia sopra i 27.000 miliardi di dollari. Praticamente in America un dollaro su due prodotto nel paese delle opportunità viene dal digitale.

Pensate quanto potranno investire in energia, con quello che costa in watt l’Intelligenza Artificiale, e quanto questi titani potranno influenzare il corso dei prezzi delle materie prime, le leggi degli uomini, i mercati finanziari, come hanno messo spesso in evidenza il presidente della Consob Paolo Savona e quello dell’Abi Antonio Patuelli.

La mossa delle autorità antitrust europee sulla AI

Non stupisce perciò che le Autorità Antitrust del G7, riunitesi a Roma sotto la presidenza italiana esercitata dal numero uno dell’Agcm, Roberto Rustichelli, abbiano messo al centro dei loro lavori segretati, e questo è forse un indizio di un’azione imminente, la dominanza dell’Intelligenza Artificiale.

Da tempo in Italia, Europa e negli Stati Uniti, grazie al presidente dell’Antitrust americana Lina Khan, si è messo nel mirino la forza di queste piattaforme digitali, e il fatto che esse ora si siano spostate in una terra incognita (copyright di Giulio Tremonti) ha fatto drizzare le antenne: cercano solo di sottrarsi alle sanzioni e alle regole – che in Usa esistono dal 1890 – sulle posizioni dominanti antitrust o è solo progresso tecnologico?

Il dubbio c’è ed è bello pesante nei dossier di Rustichelli, Khan e colleghi, tanto che nella dichiarazione finale della due giorni romana è stato messo ben evidenza nel comunicato finale, che per una volta non sembra scontare le necessarie diplomazie dei governi nazionali, soprattutto quello statunitense.

Le Autorità di Concorrenza e i rappresentanti governativi hanno evidenziato «le proprie preoccupazioni per innovazione umana e copyright, protezione dei consumatori, privacy e protezione dei dati. Nel complesso questi rischi possono influenzare significativamente la diversità delle opinioni, la gamma e la qualità delle scelte a disposizione di consumatori e imprese, nonché la qualità e l’affidabilità delle informazioni disponibili al pubblico».

Insomma, usando termini meno accorti, possono governarci, al posto di chi abbiamo eletto: da governo.it a sovranità.com.

Le possibili misure contro il predominio di Big Tech e dei signori della AI

Tema centrale delle future azioni antitrust sulla AI sarà capire quanto è merito della ricerca, questo dominio tecnologico e industriale, e quanto frutto di posizioni monopolistiche da far impallidire quelle dei petrolieri e dei proprietari delle ferrovie dei primi del Novecento.

Sono in arrivo misure specifiche per ridurre questo potere? Le Authority si sono impegnate ad applicare in modo vigoroso e tempestivo le norme antitrust «per salvaguardare la concorrenza leale nei mercati digitali e nell’AI e per garantire che i benefici dell’AI siano pienamente realizzati e distribuiti nelle nostre economie e nella nostra società», in attesa che arrivino regole comuni, come il Parliament AI Act europeo, che possano «contribuire a garantire che i sistemi di AI siano sviluppati e distribuiti in modo sicuro, protetto e affidabile».

Fin qui le intenzioni, che sono sicuramente buone, perché i garanti della concorrenza puntano ad approfondire e a migliorare la propria comprensione delle tecnologie di AI e dei modelli di business sottostanti. I fatti si vedranno magari a breve, mentre il mondo tradizionale si ritrae sempre di più e cerca di non disturbare questi moloch che divorano energia e contano più di Kamala Harris e Donald Trump. Magari Giorgetti e colleghi europei potrebbero tassare questi giganti sovranazionali invece di pensare a imposte sui profitti o a patrimoniali. (riproduzione riservata)



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