I dazi e la crescita Usa attesa più debole portano Morgan Stanley a ridurre il pil dell’area euro di 50 punti base. Jens Eisenschmidt, Chief Europe Economist di Morgan Stanley, si aspetta anche che l’inflazione scenda sotto il 2% a metà del 2025. Attualmente l’Unione Europea deve affrontare una tariffa da parte dell’amministrazione Trump del 25% su acciaio e alluminio (in aumento dalla precedente al 10%), attiva dal 12 marzo del 2025, una tariffa del 25% sulle automobili, introdotta gradualmente dal 2 aprile, e tariffe universali del 20% dal 9 aprile.
Mentre le tariffe su acciaio, alluminio e automobili sono già entrate in vigore, la Commissione Europea spera di riuscire a trattare sui dazi universali del 20%. Finora, l’Ue ha offerto all’amministrazione statunitense di eliminare tutte le tariffe sui beni industriali a patto che gli Usa facciano lo stesso. Gli Stati Uniti per ora hanno rifiutato l’offerta. I negoziati dovrebbero continuare nelle prossime settimane e la situazione rimane piuttosto fluida. I negoziati sono in corso, ma la Commissione Ue ha già pronte contromisure da attuare nel caso in cui non si raggiunga un accordo. Finora, ha reagito solo alle tariffe statunitensi su acciaio e alluminio, imponendo una tariffa del 25% su una serie di beni statunitensi importati nell’Ue. Le tariffe di ritorsione dovrebbero entrare in vigore in fasi diverse, da aprile a dicembre.
«Per quanto riguarda la risposta dell’Ue alla tariffa universale del 20%, un approccio speculare sembra improbabile, a nostro avviso», afferma Eisenschmidt. Invece, «ci aspettiamo che l’Ue tenga conto di diversi fattori: la struttura del commercio, le differenze tra gli Stati membri dell’Ue e altre considerazioni, come la sicurezza. Tutto ciò potrebbe portare a una risposta un po' annacquata». Non c’è un calendario formale per i prossimi negoziati, ma la premier italiana Giorgia Meloni dovrebbe incontrare il presidente Trump il prossimo 17 aprile per discutere di un allentamento delle tensioni commerciali. Una prima scadenza informale per una risposta dell’Ue sembra essere stata fissata per la fine di aprile.
Alcuni Paesi, come Francia e Germania, sarebbero favorevoli a una risposta commerciale che prenda di mira le esportazioni di servizi statunitensi verso l’Europa. Questi Paesi hanno indicato che vorrebbero richiedere l’attivazione dello strumento anti-coercizione (Aci, mira a proteggere la sovranità dell'Ue e degli Stati membri in un contesto geopolitico in cui le potenze straniere utilizzano sempre più spesso il commercio e gli investimenti come armi). Tramite l’uso di questo strumento, l’Europa potrebbe colpire gli investimenti diretti esteri, i mercati finanziari, gli appalti pubblici, aspetti legati alla proprietà intellettuale o i controlli sulle esportazioni. Tuttavia, Italia, Spagna e Irlanda finora hanno messo in guardia contro l’uso di misure di ritorsione, sottolineando la necessità di negoziare ed evitare un’escalation. «Nonostante questa divergenza di opinioni, riteniamo che la risposta dell’Ue possa effettivamente concentrarsi sui servizi e fare uso della regolamentazione europea», precisa l’economista di Morgan Stanley.
Alla luce di questo quadro incerto, Eisenschmidt ha identificato due scenari per la politica commerciale e valutato il loro impatto economico sull’economia dell’area euro. Il primo è quello favorevole, che rappresenta al momento quello base dell’esperto di Morgan Stanley. Prevede il successo dei negoziati tra Europa e Stati Uniti, con una riduzione delle tariffe al 10% dall’attuale 20%.
«Riteniamo che un aumento universale di 10 punti percentuali delle tariffe statunitensi sui beni europei ridurrebbe il pil dell’area euro di 30–60 punti base. Pensiamo sia necessario focalizzarsi sulla parte alta di questo range stimato», avverte l’economista. Un impatto maggiore sulla crescita include effetti diretti sul commercio, oltre a effetti indiretti derivanti dal calo della fiducia e da un’economia globale e statunitense più debole. In questa fase, è ancora presto per dire cosa accadrà al sentiment. Tuttavia, l’indice Sentix di aprile pubblicato questa settimana (sondaggio condotto dal 3 al 5 aprile) mostra già un calo significativo della fiducia degli investitori. In effetti, si tratta del calo mensile più marcato degli ultimi anni, escludendo il Covid e l’inizio della guerra in Ucraina.
Per quanto riguarda altri effetti indiretti, il team degli economisti Usa di Morgan Stanley ha già rivisto le sue stime di crescita questa settimana, portandole allo 0,8% per il 2025 e allo 0,7% per il 2026, in calo rispetto a 1,5% e 1,2% precedenti. Tenendo conto del rallentamento del commercio globale, di un’economia statunitense più debole e del colpo alla fiducia causato dall’attuale incertezza, «rivediamo al ribasso la nostra stima di crescita dell’area euro di 20 punti base per il 2025 e di 30 punti base per il 2026. Ci aspettiamo esportazioni e investimenti più deboli, che porteranno la crescita all’0,8% annuo sia nel 2025 sia nel 2026, rispetto all’1% e all’1,1% annuo precedentemente stimati», aggiunge Eisenschmidt.
Nel caso in cui i negoziati tra Stati Uniti e Unione Europea non andassero a buon fine, «ci aspettiamo che le tariffe statunitensi sui beni europei restino al 20% e che l’Ue risponda con misure di ritorsione. Questa azione potrebbe focalizzarsi sull’avanzo commerciale statunitense nei servizi verso l’Europa. Dove potrebbe portarci questo in termini di crescita? Un aumento permanente e universale di 20 punti percentuali delle tariffe statunitensi sui beni europei ridurrebbe il pil dell’area euro di 60 a 120 punti base. L’intervallo più basso riflette gli impatti diretti sul commercio. L’intervallo più alto include l’effetto dell’incertezza e delle tensioni finanziarie. Come nel nostro scenario base, è probabile che ci si trovi di fronte a un impatto più ampio rispetto al solo effetto commerciale diretto. Se questo scenario dovesse concretizzarsi, assisteremmo a un rallentamento più marcato dell’economia dell’area euro, con una crescita ridotta allo 0,7% annuo nel 2025 e allo 0,5% annuo nel 2026. Ciò equivarrebbe a una perdita di circa 100 punti base di crescita in termini cumulati sull’orizzonte delle nostre previsioni».
L’economista di Morgan Stanley ha anche aggiornato le stime sull’inflazione dell’area euro, tenendo conto dei nuovi dati sui prezzi dell’energia (petrolio e gas) e del tasso di cambio euro/dollaro. Il crollo dei prezzi del petrolio spingerà l’inflazione verso il basso nei prossimi dodici mesi. Mentre una crescita più debole ridurrà l’inflazione core con un certo ritardo. «Ci aspettiamo che eventuali contromisure tariffarie dell’Ue nei confronti degli Stati Uniti siano relativamente limitate e che non contribuiscano in modo significativo ad aumentare l’inflazione nell’area euro», precisa Eisenschmidt. Nel complesso, tutto questo porta il tasso medio di inflazione generale dell’area euro al 2,1% nel 2025 (in precedenza 2,2%, -10 punti base) e all’1,7% nel 2026 (in precedenza 1,8%, -5 punti base). «Arrotondando alla prima cifra decimale, la nostra previsione per l’inflazione core dell’area euro resta invariata al 2,3% annuo nel 2025 e all’1,8% annuo nel 2026 con una revisione al ribasso di -2 punti base nel 2025 e -6 punti base nel 2026», conclude Eisenschmidt. (riproduzione riservata)