I prezzi del petrolio viaggiano sui massimi delle ultime tre settimane. Il future sul Brent sale dell’1,19% a 73,26 dollari al barile e quello sul Wti dell’1,42% a 69,98 dollari al barile. Ma restano ancora in calo del 15% circa rispetto al picco del 2025, raggiunto a metà gennaio. La settimana è caratterizzata da una grande incertezza geopolitica, con gli Stati Uniti che hanno introdotto sanzioni mirate contro il Venezuela (tariffe del 25% sulle importazioni da qualsiasi Paese che acquisti greggio e combustibili liquidi venezuelani) e l’Iran, Donald Trump che ha ordinato di bombardare gli Houthi in Yemen, allineati con l’Iran, un nuovo inizio dei combattimenti a Gaza e l’arresto del principale rivale del presidente turco Erdogan. Inoltre, il presidente russo, Vladimir Putin, ha accettato una tregua di 30 giorni per gli attacchi contro gli impianti energetici ma non un cessate il fuoco totale in Ucraina.
Al contempo, gli accordi con Ucraina e Russia per far cessare i combattimenti nel Mar Nero e sospendere gli attacchi contro gli obiettivi energetici, mentre Washington ha accettato di spingere per la revoca di alcune sanzioni contro Mosca «hanno aperto una finestra di opportunità per il greggio russo di rientrare nel mercato», sottolinea Ricardo Evangelista, analista senior di ActivTrades. Tuttavia, il potenziale aumento dell'offerta non ha portato a un calo significativo dei prezzi dell’oro nero. «La minaccia dell'amministrazione statunitense di imporre dazi al 25% ai Paesi che acquistano petrolio venezuelano ha sollevato preoccupazioni sulla potenziale interruzione dell'offerta globale di petrolio, che è già destinata a diminuire di 200.000 barili al giorno quando Chevron interromperà le operazioni nel Paese sudamericano alla fine di maggio», spiega Evangelista.
Qualsiasi scenario «dove vediamo una revoca delle sanzioni russe non dovrebbe portare a un aumento significativo nell'offerta di petrolio, dato che Mosca è riuscita a deviare i flussi di petrolio negli ultimi anni», osserva Warren Patterson di Ing. A supportare i prezzi anche il calo più consistente del previsto delle scorte di greggio degli Stati Uniti. Infatti, i dati dell'American Petroleum Institute hanno mostrato che le scorte sono scese di 4,6 milioni di barili la scorsa settimana, il maggior calo da novembre. Gli analisti intervistati si aspettavano una diminuzione di 1 milione di barili. Allo stesso modo, secondo il dato ufficiale pubblicato oggi 26 marzo, le scorte di greggio, comprese quelle della strategic petroleum reserve, sono calate di 3,1 milioni di barili nella settimana conclusa il 21 marzo, dopo la crescita di 2 milioni di barili della settimana precedente.
Di recente Goldman Sachs ha ridotto sua previsione sul Brent di 5 dollari e ora lo vede in un range tra 65 e 80 dollari al barile. «Lo abbiamo fatto in seguito a una revisione al ribasso della nostra stima sulla crescita del pil Usa e dopo la decisione dell’Opec+ di procedere con aumenti flessibili della produzione», afferma Callum Bruce, analista di Goldman Sachs. Con ogni probabilità a maggio l'Opec+ confermerà il piano di aumentare la produzione di greggio di 135.000 barili al giorno per il secondo mese consecutivo. Tuttavia, «con i rischi di recessione in aumento negli Stati Uniti e capacità di riserva elevata, i rischi nel medio termine per la nostra previsione rimangono al ribasso», conclude Bruce. (riproduzione riservata)