Lo shock petrolifero innescato dalla guerra in Iran e dal blocco dello Stretto di Hormuz sta mettendo in allarme tutto il mondo.
Dal pomeriggio del 13 aprile è in vigore una blocco navale Usa nello Stretto di Hormuz, voluto da Trump. Il presidente degli Stati Uniri minaccia: «Se le navi di Teheran violano lo stop saranno eliminate». Le restrizioni statunitensi riguardano solo navi dirette in porti iraniani o partite da porti iraniani
Nella mattina del 14 aprile nave di proprietà cinese, la petroliera Rich Starry battente bandiera Malawi, ha completato però l’attraversamento dello Stretto, un’azione considerata una sfida all’amministrazione Usa. Ma proprio la Cina è, tra le grandi potenze, quella che dovrebbe soffrire meno lo shock legato al greggio, secondo un’analisi di J. Safra Sarasin, a cura dell’economista Mali Chivakul.
La relativa tranquillità di cui gode di Pechino si spiega grazie a vari fattori, in grado di controbilanciare il fatto che la Cina è il maggiore importatore mondiale di greggio.
In primis va considerato che il peso che ha il petrolio sul consumo energetico del Paese è solo del 20%, mentre per gli altri grandi attori internazionali (Ue, Giappone e Usa) la dipendenza dell’energia dal petrolio si aggira attorno al 40%.
I motivi? Una massiccia elettrificazione nel sistema dei trasporti, uno dei settori maggiormente energivori, i forti investimenti nelle rinnovabili, pur tenendo aperte le centrali a carbone, e un efficientamento energetico senza pari: il 40% in meno dell’intensità in 20 anni, nessun Paese al mondo è stato più rapido.
C’è poi da considerare che il 30% del petrolio usato dalla Cina è di produzione interna, mentre il resto viene importato. Più nel dettaglio la quantità di greggio acquistato dall’estero si aggira tra gli 11 e i 12 milioni di barili al giorno.
Un dato che, se messo a paragone con la quantità di scorte petrolifere cinesi (1,2-1,4 miliardi di barili), permette al Paese di avere una completa indipendenza dalle importazioni della durata di 100 giorni. E questo tempo raddoppia, se si pensa che poco meno della metà delle importazioni deriva dal Medio Oriente, mentre il principale partner commerciale petrolifero della Cina resta la Russia.
L’Iran inoltre è tutt’altro che inviso a Pechino: i due Stati continuano ad avere rapporti di partenariato e non si escludono accordi con a oggetto il passaggio delle petroliere da Hormuz.
Per quanto riguarda poi gli effetti dell’aumento dei costi sull’economia reale, e quindi sui consumatori finali, non bisogna dimenticare che il governo cinese ha la capacità di intervenire direttamente sui comparti industriali per attenuare aumenti dei costi a cascata nella filiera produttiva e sul prezzo finale dei beni. (riproduzione riservata)