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Petrolio in rialzo, Brent sopra 100 dollari: cosa succede se lo Stretto di Hormuz resta chiuso o riapre
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Petrolio in rialzo, Brent sopra 100 dollari: cosa succede se lo Stretto di Hormuz resta chiuso o riapre

22 aprile 2026, 11:40 Ultimo aggiornamento: 18:34

L’ottimismo per la fine della guerra in Medio Oriente è contenuto poiché lo Stretto di Hormuz resta in gran parte chiuso e non ci sono segnali di una ripresa dei colloqui tra Stati Uniti e Iran. Quanto può salire o scendere il greggio secondo Vontobel

Wall Street sale (indice S&P500 +0,73% alle 18:30 del 22 aprile), il dollaro perde colpi e i prezzi del petrolio rimbalzano oltre 100 dollari al barile dopo che il presidente statunitense, Donald Trump, ha annunciato un’estensione a tempo indeterminato del cessate il fuoco con l’Iran. Ma l’ottimismo per la fine della guerra, che ha scosso l’economia globale, è contenuto poiché lo Stretto di Hormuz resta in gran parte chiuso e non ci sono segnali di una ripresa dei colloqui tra Stati Uniti e Iran. Infatti, Teheran ha già respinto un secondo round di negoziati.

Così il future sul Brent vola alle 18:30 del 3,4% a 101,84 dollari al barile, dopo aver toccato un massimo intraday a 102,7 dollari al barile, e quello sul Wti del 4% a 93,33 dollari al barile. Per Thomas Mathews, esperto di Capital Economics, il precedente cessate il fuoco era già indefinito, quindi non sorprende che l’ultimo annuncio non abbia avuto un grande impatto sui mercati.

Lo Stretto di Hormuz resta centrale

La notizia che veramente avrebbe un impatto importante è quella sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Ma l'ambasciatore iraniano all'Onu Amir-Saeid Irava ha chiarito che gli Stati Uniti devono cessare la loro «violazione del cessate il fuoco» prima di qualsiasi nuovo ciclo di negoziati». Non appena verrà revocato il blocco, «il prossimo ciclo di negoziati si terrà a Islamabad», ha aggiunto. «L'Iran è pronto a qualsiasi scenario. Non siamo stati noi a iniziare l'aggressione militare. Se cercano una soluzione politica, siamo pronti. Se cercano la guerra, l'Iran è pronto anche a quella».

Sebbene i prezzi del petrolio siano scesi dai massimi di marzo, restano ben al di sopra dei livelli pre-bellici, alimentando le preoccupazioni degli investitori che i prezzi elevati dell’energia possano accelerare l’inflazione e mantenere i tassi globali più alti più a lungo.

Lo scorso 14 aprile il Fondo Monetario Internazionale ha dichiarato che il suo scenario di riferimento presuppone una normalizzazione del petrolio nella seconda metà del 2026, ma ha avvertito anche che il mondo si sta avvicinando a uno scenario peggiore. Nello scenario avverso, il petrolio resterebbe intorno a 100 dollari quest’anno e la crescita globale rallenterebbe al 2,5%. Nello scenario più severo, il greggio avrebbe un costo medio di 110 dollari nel 2026 e il mondo arriverebbe pericolosamente vicino alla recessione.

Rischi da osservare attentamente

Il primo rischio da osservare è la durata, spiega Ruben Dalfovo, Investment Strategist di Bg Saxo e Saxo Bank: «un picco breve del petrolio è sgradevole, uno persistente cambia i comportamenti di mercato. Bisogna osservare i costi del trasporto merci, il jet fuel, il diesel e i costi legati alla produzione agricola, non soltanto il prezzo del greggio nei titoli di giornale».

Il secondo rischio riguarda le aspettative di inflazione. Le banche centrali possono spesso guardare oltre uno shock energetico temporaneo, ma iniziano a preoccuparsi quando famiglie e imprese cominciano a comportarsi come se un’inflazione più alta fosse destinata a restare. Il terzo rischio è il sollievo ingannevole, continua Dalfovo. In questo mercato, una notizia ottimistica può muovere i prezzi, ma non può spostare le petroliere, riparare le infrastrutture o ricostruire la fiducia con la stessa velocità.

Prospettive a breve e lungo termine

Alla luce di tutto ciò, nel breve termine, secondo Kerstin Hottner, Head of Commodities di Vontobel, i prezzi del petrolio potrebbero muoversi in entrambe le direzioni: se lo Stretto di Hormuz riaprisse, il greggio potrebbe scendere a 80-85 dollari al barile. Se, invece, si rendesse necessario il razionamento per frenare la domanda, i prezzi potrebbero salire verso 150 dollari al barile.

Le implicazioni a lungo termine sono, invece, più prevedibili: i prezzi rimarranno probabilmente elevati per un periodo prolungato a causa della necessità di ricostituire le scorte globali e le riserve strategiche di petrolio. Inoltre, «ci aspettiamo che una parte del premio al rischio geopolitico continuerà a pesare sui prezzi del petrolio. La spinta verso l'elettrificazione, specialmente nelle regioni dipendenti dalle importazioni di petrolio come Europa e Cina, subirà un'accelerazione», prevede Kerstin Hottner. «I Paesi daranno priorità alla resilienza delle catene di approvvigionamento interne e all’aumento della produzione locale. Laddove ciò non fosse possibile, ci aspettiamo un maggiore focus sull'accumulo e lo stoccaggio di scorte di materie prime critiche». Alle 16:30 esce il dato sulle scorte settimanali di greggio negli Stati Uniti. (riproduzione riservata)



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