L’operazione Epic Fury di Trump contro l’Iran aggiunge nuova incertezza a un mercato petrolifero già in surplus. I prezzi del greggio e del gas si infiammano, mentre i trader valutano l’impatto della chiusura dello Stretto di Hormuz, scatenata dai raid statunitensi e israeliani contro l’Iran. L’operazione ha portato all’uccisione del leader supremo Ali Hosseini Khamenei, al potere dal 1989, insieme a diversi alti funzionari.
L’Iran produce circa 3,3 milioni di barili al giorno, ovvero il 3% della produzione globale, ma il Paese esercita un’influenza maggiore sulle forniture energetiche data la sua posizione strategica vicino allo Stretto. Il petrolio dal Golfo Persico deve passare attraverso questa via d’acqua per raggiungere i principali mercati come Cina, India e Giappone.
Da notare che la produzione di petrolio iraniano a gennaio ha raggiunto il livello più alto dal 2022 e che comunque Teheran rimane un attore marginale e anche la completa perdita della produzione iraniana (caso teorico) potrebbe essere facilmente assorbita, riportando offerta e domanda in equilibrio.
Il futures sul Brent alle 21:10 vola dell’8,28% a 78,91 dollari al barile, dopo un massimo a 81,89 dollari: +13%, l’aumento più consistente degli ultimi quattro anni. Quello sul Wti schizza del 7,8% a 72,28 dollari al barile (top intraday a 74,99 dollari) anche perché il presidente statunitense, Donald Trump, non ha escluso l’invio di truppe di soldati americani in Iran «se necessario», aggiungendo in un'intervista alla Cnn che «non abbiamo ancora iniziato a colpirli duramente, la grande ondata non si è ancora verificata. Arriverà presto».
Il gas naturale europeo TTF si impenna del 35,48% a 43,30 euro a megawattora (49,14 euro il top intraday) dopo che hanno chiuso il più importante impianto al mondo in Qatar. QatarEnergy ha interrotto la produzione di gas naturale liquefatto a Ras Laffan dopo gli attacchi iraniani. Il Qatar è il principale esportatore mondiale di GNL insieme agli Stati Uniti, coprendo circa il 20-25% del commercio globale; qualsiasi interruzione prolungata potrebbe provocare un’impennata drammatica dei prezzi del gas naturale e del GNL spot, già sotto pressione per l’escalation regionale.
Il traffico di petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, il punto strategico al largo della costa iraniana che gestisce un quinto del petrolio mondiale e grandi volumi di gas, si è fermato quasi completamente, una pausa autoimposta dagli armatori mentre il conflitto si espande in Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrain e Libano.
Trump ha annunciato che le forze statunitensi hanno affondato nove navi militari iraniane e che le operazioni continueranno fino al completamento di tutti gli obiettivi. Inoltre, è stata colpita una raffineria di Saudi Aramco in Arabia Saudita.
Anche i prezzi dei prodotti raffinati balzano insieme al greggio, con i futures sul diesel o gasolio in rialzo fino al 17%. «Se il traffico delle petroliere riprende rapidamente oppure c’è una de-escalation credibile o qualche trattativa diplomatica dietro le quinte, allora assisteremo a un rallentamento», ha previsto Haris Khurshid, chief investment officer di Karobaar Capital Lp. «Altrimenti, probabilmente ci consolideremo su livelli elevati di prezzo».
In risposta a questa escalation, l’Opec+, che include Iran, Arabia Saudita e Russia, ha concordato nel fine settimana di aumentare le quote di produzione il mese di aprile di 206.000 barili al giorno, circa il 50% in più rispetto ai 137.000 barili al giorno di dicembre. «La decisione dell’ Opec+ va vista come un incremento precauzionale, dato che i dati del mercato petrolifero per il primo trimestre del 2026 indicano un chiaro surplus», spiega Edoardo Campanella, senior global economist di Unicredit. «La domanda globale è di circa 103 milioni di barili al giorno, mentre l’offerta supera i 107 milioni di barili al giorno grazie alla forte produzione statunitense e all’abbondante output dell’Opec+. È interessante anche notare che Opec+ ha più di 4 milioni di barili al giorno di capacità inutilizzata che potrebbe essere attivata rapidamente se necessario (di cui 1,8 milioni di barili al giorno in Arabia Saudita e 0,7 negli Emirati Arabi Uniti)».
Il greggio ha registrato guadagni mensili consecutivi quest’anno a causa delle tensioni geopolitiche persistenti e di una serie di problemi locali di approvvigionamento. E questo nonostante le aspettative di un surplus significativo sul mercato petrolifero, dopo gli aumenti della produzione da parte dell’Opec+ e di Paesi esterni al gruppo.
«Prevediamo che il Brent si muova tra 80 e 90 dollari al barile nel nostro scenario base», hanno stimato gli analisti di Citi. «La nostra visione di base è che la leadership iraniana cambi o che il regime cambi a sufficienza da fermare la guerra entro una o due settimane, oppure che gli Stati Uniti decidano una de-escalation dopo aver visto un cambiamento nella leadership e aver rallentato il programma missilistico e nucleare dell’Iran nello stesso arco temporale», hanno aggiunto.
Quelli di Morgan Stanley hanno alzato la previsione sul Brent per il secondo trimestre del 2026 a 80 dollari al barile da 62,50. Se il traffico di petroliere attraverso lo Stretto non dovesse riprendere rapidamente, il petrolio potrebbe superare i 100 dollari al barile, secondo Wood Mackenzie. Anche con l’aumento della produzione dell’Opec+ ad aprile, i volumi aggiuntivi e la capacità disponibile del blocco saranno inaccessibili se lo Stretto rimane chiuso.
Addirittura per Federpetroli potrebbe volare a 150 dollari al barile. «Sono un po’ più pessimista di chi vede il rischio che il petrolio salga a 100 dollari al barile. Possiamo arrivare a 130 o anche a 150 dollari soprattutto se lo Stretto di Hormuz venisse chiuso completamente», indica a Class Cnbc Michele Marsiglia, presidente di Federpetroli. Addirittura, «può lievitare senza una fine perché non avendo greggio o dovremo acquistarlo dagli Stati Uniti o comunque ci sarà una corsa a trovare navi che portano greggio». Comunque, la preoccupazione più grande di Marsiglia non è tanto sui depositi petroliferi «perché abbiamo un po’ di scorte, ma è sul gas dove sugli stoccaggi, minori rispetto allo scorso anno, abbiamo un po’ di difficoltà».
«Se lo Stretto rimanesse chiuso per 25 giorni, i principali produttori di petrolio del Medio Oriente potrebbero essere costretti a sospendere la produzione poiché i serbatoi e lo stoccaggio offshore raggiungerebbero i limiti», avvertono gli analisti di JP Morgan.
Ma per Campanella di Unicredit 80 dollari rimane un tetto per il prezzo del petrolio: «Nonostante lo shock geopolitico, i solidi fondamentali suggeriscono che il Brent dovrebbe rimanere intorno a 80 dollari al barile. Un movimento sostenuto verso o oltre i 100 dollari richiederebbe un’escalation significativa nello Stretto o danni rilevanti alle strutture petrolifere saudite. Questo non è il nostro scenario base: dato il suo problema di sopravvivenza, il regime iraniano ha un incentivo a mantenere una risposta misurata», spiega l’esperto di Unicredit.
Anche perché la Cina – insieme alla Russia unica grande potenza a sostenere l’Iran – dipende fortemente da questa rotta marittima per le proprie importazioni di petrolio e premerà su Teheran affinché non la comprometta, temendo che gli Usa siano costretti a prendere il controllo dello Stretto per garantire la libertà di navigazione. Quasi il 70% del petrolio greggio e dei condensati che transitano per Hormuz è destinato a compratori asiatici.
La relazione economica tra Cina e Iran è particolarmente intrecciata. La Cina importa il 13% del suo petrolio dall’Iran, aggirando le sanzioni Usa etichettandolo come «petrolio miscelato malese», mentre praticamente tutto il petrolio iraniano viene regolato in renminbi tramite il sistema cinese Cips, rendendo l’Iran completamente dipendente dalla Cina. Teheran riceve, inoltre, equipaggiamento militare da Pechino.
Nel 2021 Cina e Iran hanno firmato un partenariato strategico completo di 25 anni che prevede investimenti cinesi nel settore energetico iraniano per 400 miliardi di dollari. «Teheran sarà quindi estremamente prudente nel prendere azioni audaci che possano alienare il suo principale sostenitore. Al momento, è più vantaggioso per l’Iran continuare a utilizzare tattiche a bassa intensità nello Stretto di Hormuz, come deviazioni, spoofing GPS e avvertimenti, piuttosto che provocare una crisi su larga scala», chiarisce Campanella.
Dato il suo impegno elettorale per porre fine alle «guerre infinite», Trump ha forti incentivi a disimpegnarsi rapidamente. Come mostrato dall’operazione in Venezuela, l’amministrazione attuale sembra più interessata a cambi di leadership che a cambi di regime e presta poca attenzione all’esportazione della democrazia. Per Trump potrebbe bastare confrontarsi con una leadership iraniana meno radicalizzata e ideologica rispetto alla precedente.
Assumendo moderazione da entrambe le parti e supporto attivo dell’offerta da parte di Opec+ se necessario, «il nostro scenario base vede il Brent rimanere sotto 80 dollari al barile, sebbene siano possibili picchi temporanei. Dato il surplus attuale, il petrolio dovrebbe scambiare vicino a 60 dollari o meno, indicando che i mercati hanno già prezzato un premio geopolitico significativo. Se il conflitto non si intensifica e le principali infrastrutture energetiche restano intatte, ci aspettiamo un graduale ritorno dei prezzi verso 60 dollari al barile», prevede l’economista di Unicredit.
Ma, se il regime iraniano teme un collasso imminente a causa di disordini interni o se prevalgono i membri più rigidi e inflessibili, il Brent potrebbe salire verso o oltre 100 dollari al barile. In questo scenario dominano due punti critici:
1) Stretto di Hormuz: oltre il 20% dell’offerta globale di petrolio (circa 21 milioni di barili al giorno) transita nello Stretto. Se l’Iran ostacola il passaggio con attacchi alle petroliere, porti o blocchi parziali, le alternative sono limitate. Arabia Saudita ed Emirati possono bypassare Hormuz tramite i loro oleodotti, ma la capacità combinata (6,8 milioni di barili al giorno) è molto inferiore agli 11 esportati via mare. L’oleodotto iraniano verso il Golfo di Oman trasporta circa 300 kb/g, ben al di sotto dei 2 milioni di barili al giorno via Hormuz.
2) Infrastrutture energetiche saudite: gli Houthi, la cui minaccia si è ridotta, potrebbero riprendere attacchi simili a quelli del 2019, quando i droni colpirono Abqaiq e Khurais causando un balzo del Brent del 19% in una notte. L’Iran mantiene anche la capacità di colpire direttamente asset chiave come Ras Tanura, Ras Al Khair e l’East-West Pipeline.
«Se questo scenario di rischio si concretizza, la durata del Brent sopra 100 dollari al barile dipenderà dall’intensità e dalla durata degli shock. Se le interruzioni risultano temporanee, i solidi fondamentali sottostanti dovrebbero riportare i prezzi verso 80 dollari al barile o meno. Se persistono, il Brent si stabilizzerebbe probabilmente a livelli strutturalmente più alti», avverte Campanella.
Naturalmente l’aumento dei costi energetici, se sostenuto, rischia di aumentare le pressioni inflazionistiche nel mondo, complicando il compito delle banche centrali, tra cui la Federal Reserve statunitense e la Banca Centrale Europea, nel gestire il ritmo della crescita dei prezzi pur supportando la crescita economica e l’occupazione.
Per la Bce l’attenzione sarà rivolta a quanto siano pronunciati e persistenti i recenti movimenti dei prezzi del petrolio greggio e del gas naturale, e a come questi influenzeranno l’inflazione HICP (l’indicatore armonizzato dei prezzi al consumo) nell’area euro, afferma Andrzej Szczepaniak, senior european economist di Nomura. Alcune regole pratiche utilizzate dallo staff della Bce per stimare l’effetto dei prezzi del petrolio e del gas naturale sull’inflazione HICP nell’area euro sono le seguenti:
Ecco la variazione in percentuale del prezzo del Brent rispetto alle previsioni della Bce di dicembre: 2026: 19,6%; 2027: 9,4%; 2028: 4%
«È probabile che i mercati alzino marginalmente le aspettative per eventuali rialzi dei tassi entro dicembre 2026 e dicembre 2027, senza però prezzare necessariamente aumenti aggiuntivi significativi, ossia la variazione cumulativa dei prezzi entro dicembre 2027 sarà sensibilmente inferiore a 25 punti base», sostiene Szczepaniak.
«L’aumento delle aspettative di inflazione HICP a 1 anno, salite all’1,97% dall’1,80%, e a 2 anni, salite all’1,91% dall’1,77%, suggerisce che i mercati ritengono che l’aumento dei prezzi del petrolio sarà contenuto e forse che il conflitto sarà, almeno in parte, di breve durata», puntualizza l’economista di Nomura.
In definitiva, conclude Szczepaniak, «riteniamo che i recenti movimenti siano finora abbastanza contenuti da garantire che la Bce non debba adottare misure nel breve termine – ricordiamo che la Bce aveva previsto che l’inflazione HICP sarebbe stata inferiore all’obiettivo del 2% dal terzo trimestre 2026 al quarto trimestre 2027. Inoltre, le proiezioni della Bce di marzo utilizzeranno i prezzi del petrolio greggio e del gas naturale al 24/25 febbraio, quindi prima del recente conflitto e della reazione dei mercati». (riproduzione riservata)