I prezzi del petrolio tornano a infiammarsi a causa dei timori riguardo a possibili interruzioni delle rotte di approvvigionamento in Medio Oriente, dovute all’intensificarsi delle ostilità tra Stati Uniti e Iran e alle minacce al traffico marittimo da parte della milizia Houthi, sostenuta dall’Iran, nello Yemen.
Con il Segretario di Stato americano Marco Rubio che ha affermato che Teheran «non prende sul serio i negoziati» e che è a rischio il «principio fondamentale della libertà di navigazione» nello Stretto di Hormuz, il future sul Brent il 22 luglio ha toccato un massimo a 95,47 dollari al barile, il top da quasi sei settimane, e quello sul Wti a 88,61 dollari al barile. Alle 18:40 registrano, rispettivamente, un +2,74% a 93,50 dollari e un +2,45% a 86,41 dollari. Anche il gas naturale in Europa è balzato del 4,6% a 62,46 euro a megawattora.
Ancora più importante lo spread a tre mesi del greggio Brent si è ampliato fino a 10,89 dollari al barile, il livello più elevato dal 22 maggio, accentuando la situazione di backwardation a causa dell’aumento dei rischi sul fronte dell’offerta. La backwardation si verifica quando il prezzo del petrolio con consegna immediata è superiore a quello dei contratti con scadenze future, segnalando generalmente una maggior scarsità dell’offerta nel breve termine.
«I prezzi del greggio Brent sono saliti oltre i 90 dollari al barile, in seguito all’intensificarsi degli attacchi statunitensi contro l’Iran e alla minaccia di Trump di ulteriori attacchi contro i siti nucleari del Paese», ha commentato Matthew Ryan, Head of Market Strategy di Ebury. «L’Iran ha dichiarato di essere tornato in una situazione di guerra su vasta scala, mentre Trump ha ridimensionato le prospettive di colloqui di pace, nonostante i mediatori stiano spingendo per un nuovo cessate il fuoco. Finora i mercati hanno interpretato la recente escalation delle tensioni attraverso la lente del loro impatto sulla politica monetaria; tuttavia, l’avversione al rischio sembra stia diventando un fattore sempre più dominante nel determinare i movimenti dei prezzi».
Oltre al conflitto per il controllo dello Stretto di Hormuz, gli Houthi filo-iraniani hanno aperto un nuovo fronte nel conflitto minacciando di colpire le navi che trasportano petrolio saudita nello Stretto di Bab el-Mandeb e annunciando un blocco navale nei confronti dell’Arabia Saudita. Le navi con collegamenti con Israele, Stati Uniti o Arabia Saudita sono esposte a un rischio maggiore di attacchi da parte della milizia degli Houthi e sono state invitate a evitare il transito nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden.
«Il mercato energetico deve ora fare i conti con una doppia preoccupazione legata agli stretti strategici: lo Stretto di Bab el-Mandeb sembra poter diventare un nuovo punto critico insieme a Hormuz, mentre gli operatori monitorano attentamente i dati sul traffico marittimo nel Mar Rosso», ha avvertito Tim Waterer, esperto di Kcm Trade.
Il Bab el-Mandeb, situato all’ingresso meridionale del Mar Rosso, è diventato una rotta sempre più importante per le esportazioni di greggio dell’Arabia Saudita, poiché il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz è di nuovo diminuito drasticamente dopo il fallimento del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran all’inizio di luglio. Tre petroliere cariche di greggio saudita dirette verso Cina e India hanno effettuato un’inversione di rotta nel Mar Rosso il 21 luglio, dirigendosi verso il Canale di Suez invece di affrontare il passaggio lungo la costa yemenita. Una situazione che potrebbe esercitare ulteriore pressione sul mercato fisico e sulle esportazioni saudite, contribuendo a spingere i prezzi dell’oro nero verso l’alto.
Le riserve di approvvigionamento hanno aiutato, ma le vulnerabilità stanno aumentando. La Russia continua a vendere greggio a prezzi scontati e il Venezuela sta lentamente reintroducendo barili sul mercato. La produzione statunitense ha raggiunto livelli record e Paesi come la Corea del Sud e i Paesi Bassi si sono rivolti alle esportazioni statunitensi per sostituire i barili che non potevano più reperire dal Medio Oriente. Anche le rotte di esportazione alternative hanno fornito un cuscinetto.
L'Arabia Saudita ha continuato a spedire petrolio attraverso il suo oleodotto Est-Ovest fino al porto di Yanbu sul Mar Rosso, aggirando Hormuz. Con una capacità di circa sette milioni di barili al giorno e un potenziale di esportazione di circa cinque milioni di barili, l'oleodotto ha operato a pieno regime o quasi durante la crisi, contribuendo a compensare in parte la perdita di approvvigionamento dal Golfo. La capacità degli Emirati Arabi Uniti di esportare al di fuori del punto nevralgico dello Stretto potrebbe aver motivato la loro uscita dall'Opec.
«Le riserve hanno svolto il loro compito di attutire le interruzioni dell'approvvigionamento, ma si tratta di una soluzione temporanea. Ci vorranno mesi o addirittura anni per ricostituire le riserve esaurite, poiché i governi diventano sempre più restii a rilasciare le scorte strategiche», ha affermato Antonio Tognoli, responsabile macro di Cfo Sim. «I livelli delle scorte stanno già diventando preoccupanti. Le scorte commerciali di greggio negli Stati Uniti per esempio rimangono basse rispetto agli standard storici, i principali centri di stoccaggio si stanno avvicinando ai minimi operativi e la Riserva strategica di petrolio rimane vicina ai minimi pluridecennali».
La maggior vulnerabilità risiede nei mercati dei carburanti. L'attività di raffinazione si è indebolita in diverse regioni, riducendo l'offerta di gasolio, carburante per aerei e altri distillati medi. I carburanti raffinati, ha spiegato Tognoli, svolgono un ruolo diretto nel trasporto merci, nell'agricoltura e nella produzione industriale, pertanto le carenze risultano particolarmente dannose per l'attività economica.
A questo punto, secondo Bernstein, il prezzo del Brent può superare quota 100 dollari al barile entro la fine dell’anno se il conflitto in Medio Oriente dovesse protrarsi e le scorte commerciali nei Paesi dell’Ocse dovessero continuare a diminuire. Anche Goldman Sachs in settimana ha segnalato la possibilità che il Brent possa superare i 120 dollari al barile nel quarto trimestre di quest’anno e attestarsi in media a 100 dollari al barile nel 2027, qualora i flussi attraverso Hormuz continuassero a essere interrotti e la produzione del Golfo non tornasse a livelli normali prima della fine del prossimo anno. (riproduzione riservata)