Per quanto possano apparire pittoreschi, i paragoni tra la situazione attuale dell’inflazione e la Germania di Weimar sono fin troppo esagerati. Non solo sono diverse le premesse: sono diverse anche i segnali. Al contrario di quanto avvenuto un secolo scorso, l’inflazione attuale è una cosa bellissima. È necessaria una premessa: da circa trent’anni d’inflazione non capisce più nulla nessuno. Ciò non si deve solo alla sua scomparsa, quanto anche al fatto che lunghi periodi di tassi d’interesse bassi non hanno provocato aumenti significativi dei prezzi. Sono state chiamate in causa le ragioni più varie: dalle produzioni cinesi a basso costo, alla cristallizzazione dei salari, fino ad accuse più o meno dirette agli enti di statistica. Nel solco di questa tradizione, anche nell’anno 2021 si vaga nel buio economico e si attribuiscono ai primi segnali inflattivi tanti significati che brillano in fantasia. Perlopiù, tanta creatività gode di un bel seguito, tanto che l’azionario soffre: i titoli tech, quelli che scommettono sul futuro, sono in affanno. Si è ingenerato un circolo vizioso: la folla ha iniziato a vendere, perché crede che le banche centrali alzeranno i tassi per contenere l’aumento dei prezzi. Aumentando i tassi, diminuisce il valore attuale delle azioni che promettono un ritorno più avanti nel tempo provocando uno sgonfiamento della bolla. In questa wasteland borsistica imperversano poi fondi e banche, che hanno aumentato le posizioni short ai livelli più alti da cinque anni. Possiamo però opporci romanticamente a questa visione negativa dell’inflazione e proporre una visione alternativa. Il punto di partenza, per chi se lo fosse perso, è che l’economia del pianeta ha attraversato una pandemia virale che ha costretto le attività economiche a chiudere e la gente a stare in casa. È lecito aspettarsi che, nel momento in cui si riapre, la domanda di beni aumenti; e questo ritorno subitaneo della domanda provochi una ripresa dei prezzi. Alternative a questo scenario non sono possibili. L’offerta di beni non è perfettamente elastica: impiega del tempo a reagire, e questo tempo si chiama inflazione. Peraltro, parte dell’incremento dei prezzi è stato dovuto al petrolio. Questo settore impiega parecchie settimane per adeguarsi alla domanda: si tratta di riattivare pozzi, trasportare barili, raffinarli e portarli alle pompe di benzina. La produzione di shale americano sta aumentando a ritmi serrati, tanto che lo scenario di prezzo dell’Energy Information Administration vede per i prossimi mesi una stagnazione o perfino una riduzione del prezzo del barile. Si parla di Stati Uniti perché, peraltro, l’inflazione per ora si è realizzata solo lì, e si presume che ora toccherà anche all’Europa. Anche se ciò dovesse avvenire (e avverrà), il fatto non sarà la fine dell’economia continentale: sarebbe il segnale del fatto che l’economia si sta riprendendo. È vero che esistono cause reali per attendersi un’inflazione più alta nei prossimi anni. In particolare, Mario Draghi da presidente della Bce ha «italianizzato» l’Europa, creando un filo diretto tra emissione di debito da parte degli stati sovrani, e stampa di denaro per il loro acquisto, come usava in Italia fino ai primi anni Ottanta. Ma l’Italia dell’inflazione al 10% era un Paese molto rigido economicamente e meno internazionale, per cui il gioco in un sistema dalle dimensioni così ridotte portava all’aumento dei prezzi. Ma il risveglio economico deve transitare necessariamente per l’inflazione. Se però qualcuno non dorme la notte pensando di dover presto trasportare carriole di banconote, ci sentiamo di tranquillizzarlo: Francoforte non è la Banca Centrale del Venezuela. La Bce ha a disposizione tutti gli strumenti adatti per contenere un eventuale aumento dei prezzi nel medio periodo. Prima di gridare si salvi chi può è opportuno aspettare: il meglio deve ancora venire. (riproduzione riservata)