Pur nella priorità di capire il come e quando della soluzione del blocco di Hormuz, gli attori finanziari e industriali (alcuni lo stanno già facendo) dovrebbero valutare l’avvio di una variazione dell’alleanza globale delle democrazie con un ruolo minore degli Stati Uniti in essa.
Il punto: l’America è ormai troppo piccola per reggere da sola il ruolo di guardiano e locomotiva economica globale. Giovane studente a Washington nei primi anni 70 ne parlai con Henry Kissinger: condivise la delusione per aver ricevuto in sede di Library Group informale un rifiuto da Giappone e Germania alla sua proposta di transizione dalla gestione singola statunitense del pianeta a una collettiva con gli alleati principali perché implicava per questi costi e dissensi interni. Fu costretto a staccare la Cina della Russia, favorendo la prima per ridurre la potenza della seconda.
Delegare più responsabilità di presidio regionale agli alleati fu il cuore della dottrina repubblicana del National Interest contro il globalismo dei democratici nella campagna del 2000 che vide vittorioso George W. Bush. Ripresa pur in forma variata dalla dottrina Lead from behind di Barack Obama. Poi diventata conflittuale con gli alleati in forma protezionista con l’amministrazione Biden e sempre più unilateralista con la prima e seconda amministrazione Trump.
Pur Canada e Giappone avendo siglato accordi zero dazi con l’Ue durante la prima conduzione Trump perché non si fidavano più dell’America, il resto degli alleati non volle cogliere il segnale di un cambio di mondo. La seconda conduzione Trump li ha costretti a svegliarsi.
Paradossalmente la stranezza e aggressività del personaggio ha accelerato la consapevolezza di un dato sistemico: la Pax Americana va sostituita con una Nova Pax in formato di alleanza G7+ o sua evoluzione tra democrazie, non senza l’America, ma non più troppo dipendente da questa sia economicamente sia militarmente.
Ciò spiega la nuova strategia di riarmo ed esportazione di armi approvata dal Giappone a conduzione Tagaichi e relativi accordi con Australia e Filippine, la coalizione dei volonterosi europei, la fretta dell’Ue di siglare accordi doganali con gran parte del mondo (nuova globalizzazione) e l’accettazione rapida da parte di nazioni non facili, per esempio l’India e l’area del Mercosur.
L’ America? Lo scenario migliore (anche definito tale dai colleghi statunitensi del mio think tank) sarebbe quello di adattarsi a essere prima potenza entro un’alleanza come tentò Kissinger e c’è un movimento politico interno verso questa soluzione non facile né breve.
La Cina? Vede il vuoto geopolitico lasciato dall’America e sta studiando come riempirlo. L’Ue? Potenziale centro della futura riglobalizzazione a zero dazi, ma non ancora strutturata per gestirla. L’Italia? Ha preso la giusta postura preliminare per favorire l’espansione nazionale commerciale e finanziaria, ma ha bisogno di più alleati per resistere alla concorrenza nel nuovo scenario. (riproduzione riservata)