È stato previsto nei mesi scorsi che la decisione sulla candidatura alla successione di Jerome Powell, in scadenza a maggio prossimo, al vertice della Federal Reserve sarebbe adottata tra l'imminente fine di quest'anno e gli inizi del prossimo.
I nomi dei candidati che compaiono da tempo sui media sono diversi, anche se il più accreditato è ritenuto Kevin Hassett, capo dei consiglieri economici del presidente Donald Trump. È una candidatura che, nel mondo della finanza, suscita tuttavia critiche per la porta girevole che Hassett attraverserebbe, dal governo in senso lato alla Banca centrale.
Non vale sostenere che non è importante il nome da prescegliere quanto l'indipendenza che Trump intende assicurare alla Federal Reserve: sono, in effetti, due decisioni strettamente connesse per cui, se si intende rispettare l'indipendenza della Fed, ciò deve estrinsecarsi con il comportamento del tycoon, ma anche con chi si designa alla presidenza il quale, sicuramente, non potrebbe e non dovrebbe essere un missus di Trump.
Di quest'ultimo sono diffusamente noti gli attacchi, ricorrendo anche a insulti e cachinni, rivolti da più di un anno a Powell che, secondo il capo della Casa Bianca, non avrebbe promosso un necessario allentamento monetario e, quando poi alla fine si è deciso a farlo, lo avrebbe fatto con grave ritardo.
L'opinione degli osservatori è diversa, anche perché le difficoltà per la Fed derivano, come dal mandato istituzionale, dal dover bilanciare la politica monetaria tra mantenimento della stabilità dei prezzi, quindi contrasto dell'inflazione in aumento, e sostegno all'occupazione.
È anche noto che Trump si consulta spesso, con riferimento alla Fed, con l'ex governatore Kevin Warsh che pure sarebbe candidato alla presidenza dell'Istituto, ma che appare meno in vista di Hasset.
La scelta del capo della Fed travalica gli Usa, trattandosi della prima Banca centrale al mondo, le cui decisioni riscuotono grande attenzione in altri Paesi, quando non effetti di imitazione.
Finora per il 2026 si prevederebbero due tagli del costo del denaro, in ipotesi ciascuno di 25 punti base, ma una modifica di queste decisioni, oltreché dai dati, potrebbe essere determinata da chi salirà al vertice della Fed e con quale mandato presidenziale, naturalmente non previsto dalle norme regolatrici, ma che in maniera informale Trump darà al nuovo capo che egli avrà scelto (oltre al successivo passaggio parlamentare).
La Fed rappresenta un naturale contrappeso dei poteri dell'amministrazione che certo, con Trump, non ama i bilanciamenti, tutt'altro.
È quindi giustamente spiegata l'attenzione che si dedica a questa decisione e ai suoi possibili effetti. Ma si deve aggiungere che per metà del prossimo mese è pure prevista la decisione della Corte suprema sul caso di una componente del vertice della Banca centrale, Lisa Cook, che è stata destituita da Trump per presunti illeciti fiscali. In primo grado è stato accolto il ricorso della Cook e ne è stata decisa la reintegra con la riserva riguardante il successivo grado di giudizio.
Le motivazioni della destituzione non appaiono solide, a cominciare dalla stessa possibilità giuridica, per il presidente, di compiere un tale atto. Non sono poche le possibilità che la Cook sia pienamente e definitivamente reintegrata nella carica.
Tuttavia, se così non dovesse accadere, Trump coglierebbe l'occasione di nominare, per la successione,qualche personaggio a lui fedele e gli equilibri cambierebbero nel board, con una maggioranza allineata al presidente degli Stati Uniti e, dunque, molto attenta ad ascoltare e ad accogliere le sue sollecitazioni che mirano sempre a tagli del costo del denaro, incuranti dell'andamento dell'inflazione.
In definitiva, quanto sta per avvenire negli Usa a proposito del futuro della Fed, va seguito con grande attenzione per gli impatti accennati.
Bisogna, tuttavia, tener conto delle non lontanissime elezioni di mid term che potrebbero registrare dei risultati non favorevoli a Trump, come segnalano i sondaggi che si stanno ripetendo, con conseguenze più generali sui modi di esercizio delle attribuzioni del presidente.
Nell'Eurozona, invece, con lunghissimo anticipo, si comincia a parlare della successione alla presidente della Banca centrale europea, Christine Lagarde, che scade di carica il 31 ottobre 2027. Anche se non varrebbe la pena riferirne, data la distanza temporale, si ipotizza da alcuni la designazione, per il vertice dell'Istituto, della tedesca Isabel Schnabel, una persona stimata per la competenza e inquadrata tra i falchi del Direttivo.
Diversi sono i motivi che possono, però, indurre perplessità e contrarietà. Uno presenta sin d'ora un ostacolo che appare assai difficilmente superabile. In sede di costituzione della Bce si convenne tra i due principali artefici, il presidente francese François Mitterand e il premier tedesco Helmut Kohl, che la Bce avrebbe avuto sede a Francoforte e un ordinamento non lontano da quello della Bundesbank, ma nessun tedesco sarebbe arrivato alla presidenza. Patti lontani o, piuttosto, pacta sunt servanda? (riproduzione riservata)ù