Pochi pensavano che il bitcoin sarebbe diventato un tema caldo della campagna elettorale americana. Eppure così è. A farsi portabandiera del mondo cripto è Donald Trump, un po’ a sorpresa a dire il vero, visto che quando era presidente aveva definito il bitcoin «una truffa». Quest’anno è arrivata la conversione, al punto che Trump ha proclamato di voler fare degli Stati Uniti la capitale mondiale delle criptovalute.
Di certo nella svolta ha pesato il calcolo elettorale: la sfida con Kamala Harris si giocherà per un pugno di voti negli Stati in bilico, quelli dove la differenza nei sondaggi tra i due candidati è inferiore all’errore statistico. I possessori di criptovalute negli Stati Uniti sono almeno 18 milioni, pari al 7% della popolazione adulta, secondo la stima più recente della Federal Reserve. Vari esponenti del settore cripto danno però cifre molto più alte, intorno ai 50 milioni, mentre Anthony Scaramucci, gestore di hedge fund che già da qualche anno investe in cripto e che per soli dieci giorni nel 2017 è stato capo delle comunicazioni della Casa Bianca sotto la presidenza Trump, alza ulteriormente la stima a 85 milioni.
Ma anche se fossero solo 18 milioni sarebbero un bacino elettorale potenzialmente decisivo. Su di loro i Democratici sembrano avere perso qualsiasi appeal, visto che vengono identificati con le posizioni della senatrice Elizabeth Warren, promotrice di un’armata anti-cripto (quando si parla di bitcoin e simili i toni sono sempre molto accesi ovunque nel mondo, dovrebbe essere oggetto di studio psicoanalitico).
In campagna elettorale Harris ha cercato di ammorbidire questa posizione, ma poi nei suoi comizi si è limitata a dire che vuole incoraggiare lo sviluppo delle tecnologie innovative, assicurando al tempo stesso la protezione dei consumatori. Una volta ha dato addirittura l’impressione di ritenere il settore cripto una questione che riguardi solo una particolare minoranza (in riferimento al colore della pelle).
I fatti dicono comunque che il dipartimento del Tesoro, attualmente guidato dalla dem Janet Yellen, resta ostile al mondo cripto: pochi giorni fa ha pubblicato un report dove sostiene che il dollaro digitale dovrà «sostituire le stablecoin», che sono emesse da entità private, come «forma primaria di valuta digitale alla base delle transazioni tokenizzate». Posizione opposta a quella di Trump, che non darà mai il via libera al dollaro digitale.
Bisogna poi ricordare che il sostenitore numero uno di Trump in questa campagna elettorale è Elon Musk, da sempre a favore delle criptovalute (è stato co-fondatore di PayPal, tra l’altro), come pure lo è Robert F. Kennedy Jr, partito come candidato indipendente per poi ritirarsi e dare il suo appoggio al candidato repubblicano, rompendo così la tradizione di famiglia.
In fondo è inevitabile che chi si proclama a favore dell’iniziativa privata sia pro-bitcoin mentre chi pensa che in ultima istanza debba essere lo Stato a decidere sulle questioni economiche voglia come minimo ostacolare le criptovalute. La conseguenza è che se vincerà Trump, tutti si aspettano un forte rialzo del bitcoin. Se invece vincerà Harris, le attese sono per un forte ribasso, almeno nel breve periodo. (riproduzione riservata)