I mercati stanno diventando nervosi per qualcosa che si è verificato solo due volte nel mercato obbligazionario dall'inizio degli anni '80: il rendimento dei titoli del Tesoro a 10 anni è aumentato della stessa percentuale dei tagli ai tassi della Federal Reserve nello stesso arco di tempo.
Il bond a 10 anni è il tasso di riferimento del mercato che influenza il costo dei prestiti, dalle imprese all’acquisto delle auto. Il rendimento di questo titolo di debito è salito al 4,79% lunedì 13 gennaio dal minimo del 3,6% toccato a metà settembre, quando la banca centrale ha iniziato ad abbassare i tassi di un punto percentuale in tre mesi. In altre parole, il rendimento a 10 anni è aumentato di poco più dei tre tagli che la Fed ha effettuato tra settembre e dicembre.
Di solito, i tassi a lungo termine sul debito pubblico statunitense scendono durante i 200 giorni prima e dopo che la banca centrale inizia a tagliare, contribuendo ad allentare le condizioni finanziarie e rendendo più facile l'indebitamento, come è avvenuto durante la maggior parte dei cicli di allentamento dal 1989 ad oggi, calcola Marketwatch (gruppo Wsj). Nei pochi casi in cui questo non è accaduto, il rendimento a 10 anni è balzato di meno di un punto percentuale, secondo i dati elaborati da Torsten Slok, economista di Apollo Global Management.
«Il mercato ci sta dicendo qualcosa ed è molto importante che gli investitori capiscano perché i tassi a lungo termine salgono quando la Fed taglia», spiega Slok. Fra le domande che dovremmo porci, prosegue l’esperto, «è se i movimenti insoliti del mercato obbligazionario siano correlati a preoccupazioni sulla situazione fiscale degli Stati Uniti, a una minore domanda di debito pubblico statunitense dall'estero o all’idea che i tagli dei tassi del 2024 non fossero giustificati».
Il dato inatteso su un mercato del lavoro tonico negli Usa, uscito venerdì 10 gennaio, insieme al sondaggio dell'Università del Michigan che indica crescenti aspettative dei consumatori sul rialzo dei prezzi, hanno riportato in primo piano i rischi di un'inflazione più elevata. Ecco perché Wall Street ha chiuso in deciso rosso venerdì, con il Dow Jones in calo di quasi 700 punti. Nel frattempo si è assistito ad un forte selloff sui bond che ha spinto i rendimenti del Tesoro a 30 anni al 4,970%, ai massimi di chiusura degli ultimi 14 mesi.
Questa settimana verrà pubblicato l’aggiornamento molto atteso sull'inflazione statunitense (indice dei prezzi al consumo di dicembre). Le aspettative sulla crescita dei prezzi a 5, 10 e 30 anni sono salite intanto sopra l'obiettivo del 2% della Fed, ai massimi dallo scorso aprile. E nel frattempo i verbali dell'ultima riunione della banca centrale a dicembre hanno indicato che quasi tutti i membri del board hanno visto un aumento dei rischi al rialzo per l'inflazione, anche se hanno comunque effettuato un terzo taglio dei tassi nel 2024.
Secondo Brian Mulberry, gestore di Zacks Investment Management e Guy Haselmann, ex gestore di portafoglio di hedge fund, le mosse insolite del mercato obbligazionario indicano il rischio che l'inflazione possa rialzare la testa. Inoltre, eventuali decisioni di Donald Trump (il presidente si insedierà alla Casa Bianca lunedì 20 gennaio) di alzare i dazi minaccia di esercitare ancora pressione al rialzo sull'inflazione e sulle aspettative di futuri aumenti dei prezzi nel breve termine, hanno aggiunto i gestori.
In questo momento, «l'inflazione si sta riprendendo», riprende Mulberry, parlando con Marketwatch, citando i tassi core trimestrali e l'indice dei prezzi al consumo (Cpi) nel periodo ottobre a dicembre che si sono attestati vicino o sopra il 3%. «Quello che si vede nel mercato obbligazionario è un riflesso del fatto che è troppo presto per dire che l'inflazione è morta. C'è ancora molto lavoro da fare e probabilmente siamo alla fine del ciclo di allentamento della Fed per ora», sottolinea il gestore. Questo significa che «avremo tassi di interesse di circa il 4% nel prossimo futuro. Sarebbe uno scenario peggiore se la Fed dovesse aumentare il costo del denaro perché il mercato azionario non lo ha affatto scontato e sarebbe un'ammissione di errore».
Negli ultimi mesi, gli investitori hanno venduto in modo aggressivo i titoli di Stato a 10 anni, così come i titoli del Tesoro a 20 e 30 anni, facendo marciare i rendimenti di tutti e tre verso il 5%. L'ultima volta che il rendimento a 10 anni ha brevemente superato il 5% è stato nell'ottobre 2023, e una ripetizione di questa situazione nei giorni o nelle settimane a venire è vista come una possibile opportunità di acquisto per gli investitori che attualmente non possiedono titoli di Stato.
Un contesto di tassi elevati significa che gli investitori devono essere preparati a un periodo di volatilità delle azioni. Un costo del capitale più elevato di quanto si pensasse tende a premere sulle valutazioni dei settori in crescita e sui titoli dei beni di consumo discrezionali, così come sulle piccole e medie imprese.
L'ultima volta che il rendimento a 10 anni è aumentato della stessa percentuale di quanto la Fed stava tagliando i tassi è stato nel 1981. A fine 1980 e inizio 1981, la Fed, guidata dall'allora presidente Paul Volcker, aveva ristretto l'offerta di liquidità tanto da far balzare il rendimento dei Treasury attorno al 20%, massimo storico. La Fed aveva mosso i tassi sia al rialzo che al ribasso nel corso del 1980, invece di procedere gradualmente in una unica direzione, con l’intenzione di combattere il forte rialzo dei prezzi. Da metà gennaio a metà ottobre del 1981, il board della banca centrale abbassò i tassi di 4,5 punti percentuali in un intervallo compreso tra il 14,5% e il 15,5%, dal 19% al 20% precedente. In quei mesi accadde qualcosa di insolito: il rendimento del Tesoro balzò al 15,8% nel settembre 1981, da circa il 12% all'inizio di quell'anno, un aumento di quasi 4 punti percentuali.
Secondo Haselmann, ex strategist di Scotiabank, la direzione dei rendimenti del Tesoro può spesso essere influenzata da una serie di fattori. Ma quando il tasso a 10 anni aumenta tanto quanto il taglio contemporaneo del costo del denaro «è una questione di aspettative di inflazione. L'unica spiegazione per ciò che sta accadendo ora è che il mercato ha aspettative di inflazione in aumento». L'inflazione non è ancora sotto controllo, riprende l’esperto «e rimane l'attesa che la Fed non sarà in grado di raggiungere il suo mandato del 2% nel prossimo futuro», sottolinea Haselmann.
L’esperto aggiunge: «Penso che quest'anno la Fed sarà estremamente paziente in entrambe le direzioni. In altre parole, non mi sorprenderebbe se non tagliasse affatto i tassi nel 2025. Non ritengo poi che la banca centrale alzerà il costo del denaro, anche se l'inflazione dovesse aumentare, perché sia un costo della vita più alto che i tassi freneranno la crescita economica».
Secondo l’esperto, il mercato azionario, «valutato in maniera piena in un buon scenario economico, inizierà a correggere verso valutazioni più ragionevoli». Haselmann ritiene che il tasso a 10 anni supererà il 5% e il rendimento a 30 anni il 6% nella prima metà di quest'anno, fatto che potrebbe «attirare una gran quantità di acquirenti». (riproduzione riservata)