La modernizzazione dell’Italia non passa attraverso la demonizzazione delle lobby, come ogni tanto, ma più spesso in questa fase di definizione del Pnrr, si torna a dire, perché, appunto, l’Italia sarebbe un Paese «bloccato» da queste ultime. Il tema è tornata di attenzione nel dibattitto attorno al Recovery Plan nella parte dedicata alle riforme per poter finalmente rendere più libero e competitivo il nostro Paese. Una sfida difficilissima su Giustizia, pubblica amministrazione, concorrenza, fisco, ma che per vincerla, secondo molti, necessita di sciogliere una serie di egoismi grazie all’unità nazionale e al catalizzatore dei soldi, rimuovendo le corporazioni e le lobby che bloccano quel cambiamento. Ma non è così. Esistono infatti anche gruppi d’interesse a sostegno dei provvedimenti di riforma all’orizzonte che aprono nuovi spazi in settori «chiusi», garantiti da anni di legislazione corporativa. Bisogna semmai prendere coscienza che esiste, in tutti i contesti politici e istituzionali, una vera e propria «tirannia dello status quo». Cambiare non è mai facile. E richiede molti più sforzi rispetto al mantenimento della situazione attuale: che se non soddisfa tutti rassicura molti. Per vincere questa partita diventa necessario un atteggiamento diverso da parte del decisore e da parte degli interessi che sostengono il cambiamento. Il nostro processo decisionale infatti è troppo focalizzato sui gruppi d’interesse più consolidati (gli incumbent) che, tendenzialmente sono quasi sempre più favorevoli al mantenimento dello status quo. Per gli altri (i newcomer) l’accesso alle arene di policy è più difficoltoso: fare ascoltare la propria voce, le proprie richieste e istanze richiede un sforzo maggiore. Quanto accaduto negli ultimi 25 anni ogni volta che i governi hanno affrontato il capitolo «liberalizzazioni» ne è la conferma. Quando i governi Prodi e Monti hanno cercato di aprire segmenti della nostra economia dominati da pochi interessi consolidati questi si sono mobilitati per resistere e rallentare (e a volte fermare) il processo normativo. «Le lobby hanno bloccato il governo», titolarono all’epoca i maggiori quotidiani nazionali. No. Alcune lobby hanno bloccato il governo. Perché non si comprende che la società è molto più frammentata e complessa rispetto alla «rappresentazione» che ne viene fatta? Certo la resistenza al cambiamento degli interessi costituiti è uno degli elementi. Ma c’è anche altro: spesso la pigrizia intellettuale del decisore, la mancanza di informazione approfondita su alcuni temi, una disattenzione verso i molti interessi con cui non si è soliti confrontarsi. Ma attribuire la colpa solo al decisore sarebbe riduttivo. È anche colpa della mentalità di noi cittadini, sempre pronti a indignarci, ma poco ad attivarci al di fuori dei canali tradizionali per far ascoltare la nostra voce. Dal mio punto di vista di lobbista, l’Italia non è un Paese bloccato dalle lobby, ma dal fatto che esistono ancora pochi soggetti consolidati che cercano di influenzare il processo decisionale. Rimane così ancora dominante la presenza dei gruppi arroccati in una estrema difesa delle proprie rendite di posizione, che, alla fine, non lasciano spazio a nient’altro. Quello che manca nel nostro Paese è in realtà un sistema competitivo di gruppi di interesse. La sua modernizzazione quindi non passa attraverso la demonizzazione delle lobby: al contrario, passa attraverso la definizione di un insieme di comportamenti, prassi, e forse anche norme che permetta di identificare e promuovere i gruppi di interesse. Solo attraverso la loro moltiplicazione e organizzazione, e solo attraverso un sistema politico ed istituzionale che, dopo l’esplicito riconoscimento, ne permetta lo sviluppo e la competizione, si può sperare di avere un Paese moderno. (riproduzione riservata)