Un bilancio europeo federale consentirebbe di definire l’orientamento complessivo non più «come la somma delle politiche nazionali ma in base alle esigenze dell’economia dell’area». E dunque di far crescere meglio l’Unione. Fabio Panetta, alle sue prime Considerazioni finali da governatore, sposa la linea di Mario Draghi, che non a caso ha applaudito sorridente la relazione del numero uno di Banca d’Italia nella sala rossa di via Nazionale. Il punto è sempre lo stesso: coniugare rigore dei bilanci con la crescita, una cosa che l’Europa non è mai riuscita a fare.
Un vero bilancio federale – visto che oggi quello europeo è un quarto di quello italiano costringendo l’Ue ad essere un nano finanziario e un gigante normativo – permetterebbe di affrontare efficacemente shock comuni forti e prolungati, come è accaduto con la pandemia e la crisi energetica, non impattando sulle casse esangui dei paesi membri ma alimentando il debito comune utilizzato finora solo con il Next Generation Ue.
Senza questa riforma fondamentale anche le nuove revisioni dei meccanismi contabili, come il Patto di stabilità e il Mes, rischiano di essere controproducenti: un’analisi che diventa musica per le orecchie della premier Giorgia Meloni e per il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti.
E Panetta spiega perché, forte della sua lunga esperienza in Bce: «La recente riforma dei meccanismi di governo economico europei non ha segnato particolari progressi, così come non ha introdotto la necessaria semplificazione delle regole. In mancanza di avanzamenti verso una politica di bilancio comune, qualunque riforma che intervenga solo sulle politiche nazionali rischia di far apparire le regole europee sbilanciate verso il rigore e poco attente alle esigenze di sviluppo».
In poche parole, siamo ancora al Patto di stabilità senza crescita, un vizio atavico delle architetture comunitarie, le quali finite le emergenze instaurano di nuovo l’austerity, come nel 2008 e nel 2011.
Non tutto è perduto, per fortuna. Secondo il capo di Bankitalia le nuove norme contengono aspetti innovativi coerenti con la crescita, ma i loro effetti dipenderanno da come verranno applicate: potranno rinvigorire l’economia europea se permetteranno di coniugare la necessaria disciplina fiscale con «il fine ultimo di favorire la crescita».
E questa missione è in mano alla politica e a chi governerà a Bruxelles dopo le elezioni europee e soprattutto allo spirito che interpreteranno i partiti: ortodosso o riformista? La sfida per i prossimi anni sarà soprattutto questa: avere il coraggio di cambiare regole che fanno crescere i paesi non europei e solo il Nord del continente. (riproduzione riservata)