Le criptovalute non possono sostituire il contante. Anche per le mafie e il terrorismo le prime costituiscono strumento oramai di elezione per far circolare ricchezza di provenienza o di destinazione illecita. I risultati delle ultime attività d’indagine in Italia, la maggior parte sostanziati nelle recenti relazioni della Direzione Nazionale Antimafia e della Direzione Investigativa Antimafia, danno conto di un attivismo senza sosta dell’utilizzo criminale dei bitcoin e dei loro meno famosi «parenti». Su questo giornale è stato puntualmente evidenziato il fenomeno, nelle pagine di sabato scorso, per cui è bene che chi scrive si limiti solo ad alcune considerazioni economico-giuridiche su presente e futuro dei cosiddetti cripto asset. Si, perché non si tratta e non può trattarsi di monete o valute: l’errore di fondo, che secondo noi inficia la maggioranza degli approcci all’analisi del fenomeno, è aver ingenerato nell’opinione pubblica l’idea che questi strumenti possano essere in qualche modo assimilati, seppure in futuro, alle monete di conto.
La presidente della Bce Christine Lagarde ha laconicamente negato ogni cittadinanza alle criptovalute, motivando unicamente questa affermazione con il loro potenziale criminogeno. Al di là delle legittime differenti opinioni che si possono avere sul punto, il dark web viene alimentato unicamente da scambi di beni e servizi illeciti (armi, droga, identità digitali rubate, traffico di organi, traffico di essere umani, donazioni a comunità islamiche, riciclaggio, web extorsion) regolati in criptovalute. Ciò avviene proprio a motivo della loro duttilità e del totale anonimato di cui possono godere, al contrario delle monete ufficiali e di quelle alternative (carte di credito e debito). La scoperta di queste disponibilità da parte delle mafie italiane è ormai decennale. Una recentissima operazione della Guardia di Finanza ha portato alla luce un giro di estorsioni, riciclaggio e corruzione in diverse regioni del nostro Paese da parte di associazioni a delinquere vicine a clan mafiosi. Il nostro sistema bancario ha segnalato alla nostra autorità antiriciclaggio (Uif) un incremento di operazioni sospette in valute virtuali di almeno il doppio di quelle dell’anno 2019. Senza dimenticare che traffici connessi alla pandemia, riferibili a vaccini e apparecchiature ospedaliere, sono stati dimostrati anche col tracciamento di movimenti da wallet alimentati in criptovalute. In una recente elaborazione della Bank of Canada sul grado di privacy garantita dai diversi sistemi di pagamento, i bitcoin sono risultati essere tra i più vulnerabili nel caso di depositi offline, cioè proprio quelli che non passano per gli exchange autorizzati. Il contante ha un grado di privacy alta per chi lo riceve, mentre i bonifici bancari e i bancomat sono più vulnerabili alla riservatezza. Non va dimenticato inoltre che la scelta di lavorare alle monete digitali, da parte degli Stati sovrani e della stessa Bce, trae origine soprattutto dalla competizione con le criptovalute; tra l’altro, anche qui di recente, nominate come le più utilizzate per la richiesta di riscatti da parte della criminalità informatica nel 2020. Da ultimo, non è mai superfluo ricordare che la nascita del bitcoin, attribuibile come noto al fantomatico Satoshi Nakamoto, veniva dallo stesso giustificata con la volontà di bypassare il sistema ufficiale dei pagamenti e contrastare, a suo dire, lo strapotere delle banche.
Nessuno nega la bontà dei progressi della tecnologia e la loro utilità soprattutto nel circuito dei pagamenti, ma si ritiene preferibile in ogni caso lasciare alle autorità monetarie e regolatorie l’emissione e il controllo sulle valute, anche digitali, che dovessero essere generate e distribuite sul mercato. E’ un passo che gli Stati più avanzati stanno facendo da tempo, proprio per evitare che le derive speculative generate da questi strumenti di pagamento non autorizzati possano creare effetti sistemici insanabili. (riproduzuone riservata)