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Perché i risparmiatori tengono i soldi sul conto corrente
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Perché i risparmiatori tengono i soldi sul conto corrente

di Alessandro M. Rinaldi*
01 aprile 2021, 15:40 Ultimo aggiornamento: 15:50

Trent'anni dopo la disintermediazione bancaria bisogna tranquillizzare i contribuenti applicando la normativa fiscale dei Pir su tutti gli strumenti finanziari

Circa 28 anni fa uscì un articolo a mia firma (Italia Oggi del 20 maggio 1993) dal titolo “Rivoluzione in banca se calano i tassi” sull’opportunità di cambiamento della cultura finanziaria del sistema bancario stimolato dalla riduzione della remunerazione sui depositi. E la rivoluzione ci fu veramente a giudicare dai numeri che seguirono. Facendo un salto nel passato, nell’articolo del '93, in perfetto sincronismo con i corsi e ricorsi storici della politica italiana, subito dopo l’insediamento di un altro Governatore della Banca d’Italia a Palazzo Chigi, il compianto Carlo Azeglio Ciampi, si era fortemente fiduciosi che i tassi d’interesse sulla lira (esisteva all’epoca il tus, il tasso ufficiale di sconto) potessero scendere drasticamente dal tetto dell’11%, per effetto della ritrovata fiducia nelle istituzioni nazionali e dell’atteso sì dei danesi al Trattato di Maastricht che apriva la strada all’Unione Europea.

Nell’articolo si esaminava la risposta che il sistema bancario avrebbe dovuto dare se i tassi si fossero dimezzati. In quegli anni le banche godevano di uno spread tra TUS e tassi sui depositi di 6/7 punti percentuali, creando margini d’intermediazione molto ampi che consentivano alle banche di portare importanti profitti alla gestione del denaro, nonostante l’inflazione viaggiasse intorno al 5,5%. Tassi così invitanti che inducevano i risparmiatori (o meglio avevano l’illusione monetaria) a lasciare volentieri i loro soldi sui depositi bancari, delegando al sistema creditizio la fondamentale funzione di ridistribuire questa massa monetaria al sistema produttivo, attraverso finanziamenti a breve e a medio termine, determinando così un sistema di “credito indiretto” tra settori in tradizionale surplus di denaro (le famiglie) e settori in costante deficit (le aziende e le Stato).

Ci si auspicava così che con la drastica riduzione dei tassi, che poteva essere provocata dalla convergenza monetaria nell’ euro, il sistema finanziario italiano potesse essere stimolato verso una nuova cultura finanziaria, collegando “direttamente” i flussi dei risparmiatori (ex-depositanti) con le aziende, attraverso il mercato finanziario, con la sottoscrizione/acquisto di titoli di debito (le obbligazioni) o titoli partecipativi (azioni), alimentando così un sistema di credito diretto di stampo anglosassone, utilizzando la Borsa Valori e pensando anche alla nascita e sviluppo di investment bank che favorissero un’approccio più di mercato da parte delle nostre aziende nazionali.

Nel 1993 c’era una massa di depositi bancari, definita M1 (il segmento più liquido della moneta, costituita dai conti correnti bancari e postali) di 579 mila miliardi di lire, tradotti in circa 300 miliardi di € dell’epoca, con tassi medi di raccolta del 5,55%. Al 31 dicembre scorso invece i depositi bancari ammontavano a 1.715 miliardi di euro ed i tassi sui conti correnti, se non negativi, erano prossimi allo zero. Cinque anni fa erano appena 1.300 miliardi di euro (Fonte : Banca d’Italia, Tavole Storiche, Indicatori monetari e Finanziari 2013). Pertanto potrebbe sembrare che non sia successo nulla in questo periodo, visto che il cash è aumentato del 470% , invece la finanza nella realtà ha fatto un giro a 360 gradi ed è ritornata al punto di partenza, ma con nuovi dogmi e nuove valutazioni.

Ci si chiede se allora lo sviluppo, di cui tanto si parlava, non c’è stato oppure il ciclo economico ha cambiato i suoi punti di riferimento. Il corso dell’acqua è cambiato perchè è cambiato il fondale oppure perché si sono aggregati altri affluenti più impetuosi che ne hanno modificato il percorso ? Fuori metafora, i flussi di denaro hanno cambiato il percorso perché è aumentata la massa monetaria disponibile oppure perché sono arrivate da altre parti opportunità di investimento più redditizie? Effettivamente dal 1993 al 2020 pre-pandemia, i mercati finanziari italiani hanno cominciato a funzionare meglio e ancor di più si sono sviluppati i servizi finanziari offerti dalle banche attraverso le Sim , le Sgr i Fondi e le assicurazioni, e il sistema finanziario italiano è stato artefice dello sviluppo dell’industria del risparmio gestito dell’ultimo ventennio, evitando che la disintermediazione dei depositi provocasse un calo della redditività nei bilanci bancari.

I primi tre gruppi bancari-assicurativi italiani gestiscono oggi più del 50% del risparmio gestito, spartendosi una torta da capogiro che sfiora a fine 2020 i 2.500 miliardi di euro. Eppure mentre prima i depositi bancari rendevano bene agli istituiti di credito e quest’ultime facevano una concorrenza agguerrita ai prodotti finanziari (fondi, azioni, obbligazioni e finanche i titoli di Stato), oggi sono invece le stesse che cercano di “cacciarli” per trovargli nuove forme di impiego attraverso una poderosa campagna per la raccolta di risparmio gestito e servizi di private banking. Questo accade perché la situazione di fatto è profondamente cambiata: con Ciampi di allora, nel ruolo di premier, le banche pensavano di aver finito il loro stato di grazia e dovevano affrettarsi a cambiare il loro business model, cercando di non far scappare i depositanti; con Draghi oggi, nello stesso ruolo di capo del governo, le banche si affrettano a disincentivare i depositanti a tenere i soldi liquidi sul conto per evitare di subire perdite sul differenziale tra depositi dei clienti e impieghi cash.

Nel mezzo di questi due estremi c’è la storia del risparmio gestito, che coincide con l’evoluzione del capitalismo democratico che si è diffuso negli ultimi 30 anni nelle economie avanzate. Mentre prima ci auguravamo una diminuzione dei tassi per finanziare l’impresa e puntare allo sviluppo economico, oggi ci auguriamo che questo sviluppo non sia messo in crisi da un eccessivo ricorso al debito che nel frattempo è aumentato di 10 volte rispetto a 10 anni fa. Infatti in questi anni il mondo economico italiano (e non solo) ha assistito ad un miglioramento delle attività di derisking dovute ad importanti rafforzamenti aziendali, favorite da ingressi dei fondi di private equity, imposte da necessarie ristrutturazioni del debito, volute dalla Bce per riallineare i patrimoni del settore bancario. Dall’altra parte però il favorevole livello dei tassi di interesse in questi ultimi anni ha favorito il ricorso al debito sia da parte del governo che delle stesse aziende, determinando il livello di indebitamento più elevato nella storia. La recente evoluzione sui mercati finanziari e le accomodanti politiche monetarie planetarie hanno domato questo tema ( “whatever it takes” ), ma cominciano ora i primi segnali di un rischio di una ripresa inflattiva a seguito delle previsioni economiche di forte accelerazione delle aziende all’indomani dello stop forzato dalla crisi pandemica.

Pertanto ci domandiamo se il tasso di crescita di tutte le attività finanziarie sia cresciuto allo stesso ritmo della somma di tutta la produzione nazionali. In sostanza per produrre lo stesso paniere di beni e servizi oggi quante attività finanziarie sono necessarie rispetto a quelle impiegate 30 anni fa? Dietro un semplice paio di occhiali, una matita, un pneumatico o piuttosto dietro un servizio pubblico come può essere un trasporto urbano, uno smaltimento dei rifiuti, quanta leva finanziaria oggi viene utilizzata rispetto al passato? Quanto si sono indebitate le aziende private o lo Stato per offrire quello stesso bene o servizio? Oggi il debito globale è ai massimi livelli storici e costa relativamente poco in termini reali, almeno nelle economie sviluppate. Ma non importa tanto la risposta numerica a queste domande, sappiamo che oggi le attività finanziarie si sono moltiplicate rispetto ai beni e servizi prodotti, negli ultimi 7 anni il rapporto debito/pil è aumentato del 15% e nei prossimi anni si teme che cresca molto di più.

Quello che preoccupa è la sostenibilità del debito nel tempo e gli effetti negativi in caso di rialzo dei tassi. Il mercato sta quotando in modo corretto i debiti finanziari? La risposta sta di nuovo scritta nella massa monetaria depositata sui conti correnti bancari. I risparmiatori sono indecisi se investire sui mercati finanziari, lasciando la loro liquidità sul conto, in quanto hanno paura di perdere il capitale. L’elevato rapporto di leva finanziaria (quasi due quinti delle aziende hanno un rapporto debiti/utili di quasi 5 volte) limita le capacità delle imprese a resistere a repentini innalzamenti dei tassi. Pertanto è utile chiedersi quale sarebbe quel tasso limite oltre il quale le aziende cominciano sensibilmente ad erodere i propri cash flow e conseguentemente i ritorni per gli azionisti. L’esercizio non è facile ed in poche parole, un rialzo dei tassi potrebbe incidere sul costo medio ponderato del capitale riservando brutte sorprese alle aziende indebitate ed ai suoi investitori.

Pertanto mentre il monito all’epoca di Ciampi era rivolto alle banche nel cercare di gestire al meglio la drastica riduzione dei depositi bancari dovuta alla diminuzione dei tassi d’interesse, con effetti devastanti sulle politiche di bilancio delle banche, adesso in epoca Draghi, l‘appello che possiamo trasmettere è rivolto al debito delle imprese e dello Stato, enormemente aumentato in virtù del livello dei tassi attuali. Difatti quel debito del ‘93 che era soprattutto in capo alle banche (i depositi considerati passività bancarie) ora si sono “trasformati” in debiti delle aziende e soprattutto dello Stato. Mentre le attività finanziarie invece sono rimaste sempre saldamente quelle delle famiglie. È utile pertanto, seguendo questi flussi, promuovere l’investimento sui mercati finanziari, sostenere il debito delle imprese e cercare di tenere bassi i tassi d’interesse per disincentivare i depositanti a tenere liquido il loro patrimonio. Contemporaneamente è necessario tranquillizzare i risparmiatori da future tasse sugli investimenti, facendo un atto di coraggio e trasformando la normativa fiscale dei Pir su tutti gli strumenti finanziari, se possibile solo su quelli italiani anche rischiando una multa dalla Ue, d’altronde di errori ultimamente si riesce a sopravvivere senza drammi e, prendendo a prestito le parole di Winston Churchill: “Se apriamo una lite tra il presente e il passato, rischiamo di perdere il futuro”. (riproduzione riservata)
*Presidente GHC - Garofalo Health Care; vice presidente CA Indosuez Fiduciaria Gruppo Credit Agricole



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