Perché Hormuz è una crisi più insidiosa dei petro-shock degli anni ‘70. Parla Alessandro Lanza
«Il problema non è soltanto il petrolio: questa volta rischia di fermarsi una parte della catena delle materie prime mondiali". A dirlo a MF-Milano Finanza è Alessandro Lanza, direttore esecutivo della Fondazione Eni Enrico Mattei e docente di Energy and Environmental Policy alla Luiss, uno dei maggiori esperti italiani di economia dell’energia.
Domanda. Professor Lanza, alla luce della situazione geopolitica in Medioriente quanto possono salire ancora greggio e gas?
Risposta. È molto difficile fare previsioni sui prezzi nel brevissimo periodo. Tutto dipende da ciò che accadrà nello Stretto di Hormuz. Ma bisogna chiarire un equivoco: riaprire lo Stretto, se davvero venisse bloccato, non significherebbe semplicemente togliere un divieto di navigazione. Vorrebbe dire bonificare un’area che potrebbe essere minata. È un’operazione che richiede mesi, non giorni.
D. Rischiamo uno shock energetico come quello degli anni Settanta?
R. Non identico. Anzi, sotto certi aspetti potrebbe essere più complesso. Negli anni Settanta il problema era sostanzialmente il petrolio. Oggi da Hormuz transita circa un quinto del greggio mondiale, ma soprattutto passa una quota decisiva del gas naturale liquefatto prodotto dal Qatar, il principale esportatore mondiale di Gnl. Se quella rotta si interrompesse, gli effetti andrebbero ben oltre il mercato petrolifero.
D. In che senso?
R. Perché attraverso Hormuz transitano anche fertilizzanti, zolfo e numerose materie prime indispensabili per l’agricoltura. Non è un caso che la Fao abbia già richiamato l’attenzione sul rischio di nuovi rincari alimentari. Il vero problema è che questa crisi coinvolge contemporaneamente energia, logistica e commodity agricole. È una situazione molto più articolata rispetto al passato.
D. L’Agenzia Internazionale dell'Energia ha avvertito che senza il Gnl del Golfo l’Europa potrebbe affrontare tensioni energetiche. È uno scenario realistico?
R. Il Gnl del Qatar è destinato soprattutto ai mercati asiatici, ma se quei flussi saltassero cambierebbero gli equilibri mondiali. Tutti cercherebbero nuove forniture e questo farebbe inevitabilmente aumentare la competizione sui prezzi. Non è semplice immaginare che i Paesi fornitori rompano i contratti esistenti con l’Europa, ma in situazioni estreme la pressione sul mercato diventa molto forte.
D. Che cosa dobbiamo aspettarci per benzina e bollette?
R. Molto dipenderà dall’evoluzione politica e militare. In questa fase pesa anche l’incertezza della comunicazione internazionale: si annuncia più volte la fine del conflitto e poi le ostilità continuano. I mercati reagiscono a questa instabilità e la volatilità resta elevata. Oggi nessuno può indicare con credibilità quale sarà il livello dei prezzi tra qualche settimana.
D. L’Italia è più protetta rispetto al passato?
R. Sì. Dopo la crisi del gas russo ha reagito rapidamente. Abbiamo diversificato le importazioni, aumentato gli acquisti dall’Azerbaigian e dal Nord Africa, rafforzato la capacità di rigassificazione e ampliato le fonti di approvvigionamento. Oggi il sistema italiano è decisamente più resiliente rispetto a pochi anni fa.
D. Basta per metterci al riparo?
R. Al momento non vedo rischi immediati per la sicurezza energetica italiana. Ma nessun Paese può affrontare all’infinito crisi internazionali sempre più frequenti. Se l’escalation dovesse prolungarsi o aggravarsi, anche i sistemi più preparati potrebbero subire conseguenze.
D. Questa crisi potrebbe accelerare la transizione energetica?
R. La transizione si accelera con gli investimenti fatti negli anni precedenti, non durante un’emergenza. Se oggi si parla di nuove centrali nucleari o di nuovi grandi impianti rinnovabili come risposta alla crisi, bisogna ricordare che servono tempi lunghi. Nessuna infrastruttura energetica può risolvere il problema del prossimo inverno. Le soluzioni immediate possono arrivare solo utilizzando le reti e gli impianti già disponibili.
Qual è il suo scenario? D. L’energia sta tornando ad essere un’arma geopolitica?
R.L’energia è certamente uno degli strumenti della competizione internazionale, ma non credo assisteremo a un ritorno di mercati “militarizzati”. Oggi tutto è molto più interconnesso: energia, tecnologie, materie prime e commercio globale. La vera priorità è evitare che l’escalation continui.
D. Qual è il suo scenario?
R. Mi auguro che nelle prossime settimane prevalga il raffreddamento delle tensioni. Sarebbe nell’interesse di tutti. Ma chi oggi sostiene di sapere dove andranno petrolio e gas nelle prossime settimane semplicemente non può averne la certezza. In una fase come questa, l’unica previsione possibile è che l’incertezza resterà elevata. (riproduzione riservata)