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Pietro Labriola, Tim
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Perché è sorta la nuova alba di Tim

di Stefano Mannoni*
24 aprile 2026, 02:00 Ultimo aggiornamento: 16:12

Telecom Italia e Agcom segnano una svolta storica: via la stretta regolazione, spazio a prezzi di mercato equi. Un cambio di paradigma che promette maggiore equità e trasparenza nel settore delle telecomunicazioni

Era ora. In questi giorni si è compiuta silenziosamente una rivoluzione che riguarda quella che un tempo si chiamava Telecom Italia e il suo regolatore, l’Agcom. Le parole d’ordine sono: sostanziale deregolamentazione e prezzi di mercato purché non sfacciatamente sproporzionati. È quella che in scienza si chiama rivoluzione dei paradigmi; quando un modello è soppiantato da un altro perché non più adeguato a fornire spiegazioni persuasive dei cambiamenti in corso. In questo caso il passaggio è quello dall’orientamento al costo, nel quale tutte le offerte all’ingrosso dell’operatore telefonico dominante erano soggette a un’occhiuta approvazione dell’Agcom, che poco o nulla riconosceva al profitto dell’impresa, a quello dei prezzi equi e ragionevoli pubblicati di propria iniziativa dall’impresa con propri listini, soggetti a una revisione successiva ed eventuale del regolatore.

La separazione da Bruxelles

È l’effetto tanto dei desiderata di Bruxelles, che dopo 25 anni di stretta regolazione ex ante riteneva che i tempi fossero maturi per lasciare il mercato, almeno in parte, a se stesso, senza tutore, poiché regolazione endemica equivale a regolamentazione che ha fallito nella sua missione. Ma ancor più è il risultato della coraggiosa decisione di Tim di procedere alla separazione strutturale ponendo fine a quella integrazione verticale che era fonte di un sistematico conflitto di interessi, poiché la rete, a monte, tendeva d’istinto ad avvantaggiare, a valle, la propria divisione commerciale a scapito dei suoi concorrenti. Nonostante la trepidazioni di molti che temevano, come il sottoscritto, che questo esperimento potesse fallire, invece è riuscito. Il divorzio è avvenuto senza danni.

Che cosa deciderà l’Agcom?

Onore al merito di chi è stato protagonista dell’antico regime. Da una parte i funzionari preposti all’approvazione dei prezzi che hanno elaborato modelli così sofisticati da fare invidia al resto d’Europa. Ma un riconoscimento spetta anche ai responsabili dell’attuazione dei regolamenti di Telecom Italia che hanno ottemperato senza imboccare la scorciatoia del contenzioso ostruzionista, che da troppo tempo intossica la serenità della regolazione. Oggi FiberCop non si è sbarazzata della lettera scarlatta della dominanza. Ma gli effetti, grazie alla separazione strutturale sono completamente diversi. Essa offrirà in modo equanime a tutti coloro che ne faranno richiesta i propri prodotti di accesso all’ingrosso secondo prezzi che decide lei e che possono essere bocciati dall’Agcom solo come extrema ratio. In questi giorni è avvenuto appunto che FiberCop abbia elaborato i listini tenendo conto di molte variabili: la concorrenza innanzitutto, che però in alcune aree geografiche è vivace grazie alla presenza di Openfiber, di Fastweb e di numerosi operatori minori; la necessità di promuovere la migrazione dalla rete alla fibra, così come voluto da Bruxelles; il confronto con il benchmark internazionale, che è decisamente favorevole all’operatore italiano rispetto ad esempio a Francia e Spagna; infine la necessità che i prezzi assicurino risorse per gli ingenti investimenti che la rete sarà chiamata ad affrontare. Di primo acchito i listini sembrano ragionevoli, anche per il rispetto del principio di gradualità. L’ultima parola spetta però all’Agcom cui va rivolta una duplice preghiera: la prima è quella di non indulgere in nostalgie per l’antico regime; la seconda, quella di tenere il punto con gli operatori alternativi se le loro proteste non saranno tecnicamente fondate.

Dalla sua quella che io ancora chiamo Telecom Italia ha anche un punto di forza che merita di essere sottolineato.

Oggi che si parla di capitalismo socialmente responsabile; gli amministratori di FiberCop e Tim non lo hanno solo predicato ma anche praticato. Finora non si è assistito alla macelleria sociale nei confronti delle migliaia di famiglie che dipendono dallo stipendio elargito dalle due società. Ma è chiaro che non debbono essere messe alle strette in un mercato che si è molto impoverito. Quindi: coraggio! Salutiamo con ottimismo e determinazione questa nuova alba, non deludiamo le divinità che ce l’hanno regalata. (riproduzione riservata)

*professore alla facoltà

di Giurisprudenza di Firenze



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