L'industria automobilistica italiana è ancora in una fase di profonda trasformazione, segnata da tensioni geopolitiche, aumento del costo delle materie prime e del denaro. Un contesto che pesa sulla domanda, ancora fragile, e nel quale anche la distribuzione (concessionari e reti dei costruttori) sta riscrivendo il proprio modello economico.
In un mercato che conta 75 brand in Italia, «l'offerta si è fatta sempre più ampia e sovrapposta: molte case madri risultano indebolite, la competizione tra dealer si è intensificata e il margine sul nuovo si è progressivamente eroso», sottolinea Tommaso Carboni, Country Director di bee2link group Italia (controllata della tech company europea specializzata nello sviluppo di piattaforme software e soluzioni SaaS per la distribuzione automotive). Tanto che il baricentro economico si sta spostando verso l'usato, il noleggio e il post-vendita.
Il 2026 si è aperto con un segnale di crescita: quasi 142 mila immatricolazioni a gennaio (+6,2% anno su anno) e 157.334 a febbraio (+14%). e 157. «Una volta assorbite queste immatricolazioni, il volume complessivo dovrebbe progressivamente rientrare.
Ma il confronto con il periodo pre-Covid resta sfavorevole, con livelli che non hanno recuperato i valori storici. Questo per i concessionari significa operare in un mercato strutturalmente più piccolo rispetto al passato, a fronte di prezzi delle vetture aumentati sensibilmente», avverte Carboni, notando allo stesso tempo che l’aumento del costo del denaro rende più onerosa la gestione delle scorte, trasformando lo stock di veicoli nuovi in un fattore sempre più rilevante per l’equilibrio finanziario delle reti.
Anche per questo una parte della redditività si sta spostando verso il mercato dell’usato. I numeri lo confermano: come emerge dai dati Aci, nel 2025 i passaggi di proprietà sono stati 3,1 milioni (+2,1%) con un rapporto di due auto usate per ogni nuova immatricolazione. Secondo Findomestic il mercato dell’usato vale 24,4 miliardi, quasi 8 miliardi in più rispetto a quello del nuovo (16,5 miliardi).
In un Paese con oltre 41 milioni di veicoli di veicoli in circolazione e in un settore dove la redditività media dei concessionari si colloca spesso sotto l’1% del fatturato, la domanda sorge spontanea: dove si costruisce il margine nel mercato dell’usato? Si chiede Carboni che lo spiega con tre dinamiche.
La prima riguarda i prezzi, saliti parecchio, orientando una fascia crescente di acquirenti verso alternative più accessibili. La seconda è la dimensione del parco circolante: con oltre 41 milioni di veicoli e un’età media di 13 anni, la più alta d’Europa, l’Italia genera un flusso costante di permute.
La terza riguarda l’acquirente: il mondo digitale ha reso chiunque molto più informato sui propri interessi e necessità. Il cliente arriva in concessionaria avendo già confrontato prezzi, chilometraggi, dotazioni e storicità del veicolo, il che lo rende più selettivo e meno disposto a trattative al ribasso.
Tre dinamiche che spiegano la crescita del mercato dell'usato, ma non ne garantiscono la redditività; al contrario, l'auto di seconda mano può diventare un problema se non viene gestita con metodo: valutazioni imprecise, imprecise, rotazione lenta dello stock, capitale immobilizzato e prezzi disallineati rispetto ai marketplace possono fare la differenza tra profitto e perdita.
Per questo motivo, conclude Carboni, la gestione dell’usato sta diventando sempre più una questione di dati e infrastruttura tecnologica. Sistemi di valutazione basati su market data aggiornati in tempo reale, strumenti di pricing dinamico, monitoraggio continuo dello stock e integrazione tra sistemi gestionali, officine e marketplace stanno trasformando l’organizzazione delle reti di distribuzione.
La digitalizzazione non riguarda più soltanto la vetrina digitale, ma la capacità di coordinare un’organizzazione complessa, ridurre le inefficienze interne e garantire omogeneità di processo tra sedi diverse. (riproduzione riservata)