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La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen
La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen
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Ecco cosa c’è scritto nel Manifesto di Ventotene e perché i partiti storici europei non lo hanno firmato

14 marzo 2025, 18:57 Ultimo aggiornamento: 19 marzo 2025, 13:43

La federazione americana, cui gli europeisti si ispirano, si basa dal 1793 su moneta, esercito e debito unico. Dei tre principi l’Unione Europea risponde, e solo in parte, solo a quello monetario mentre deve ancora costruire un esercito e sancire la stabilità del debito comune

L'Europa non deve tornare allo spirito di Ventotene, perché quello spirito, scritto nel Manifesto omonimo, non è mai stato sottoscritto dai due partiti fondatori dell’Unione. Il partito popolare e quello socialdemocratico il Manifesto redatto nel 1941 da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, due eretici di sinistra, il secondo dei due in grado di cofondare giornali come Il Mondo e l’Espresso, non l’hanno mai firmato.

La confessione di Pertini a Spinelli

Le ragioni le spiegò Sandro Pertini, anch’egli finito al confino fascista sull’isola pontina nonché nel carcere di Santo Stefano perché il regime ne temeva la pericolosità, proprio a Spinelli una volta divenuto presidente della Repubblica.

Il partito socialista, confessò Pertini a Spinelli, nel frattempo eletto parlamentare europeo, non appose il suo simbolo sulla costituzione federalista mai promulgata semplicemente perché alla fine della guerra avrebbe voluto governare in Italia al posto di Mussolini piuttosto che federarsi con tedeschi e francesi.

Le stesse argomentazioni le usarono comunisti e democristiani, che solo successivamente con Alcide De Gasperi cominciarono a parlare di un esercito europeo, così come un nazionalista al cubo come Winston Churchill una volta vinta la guerra e perse le elezioni ne divenne un sostenitore convinto. E questo avvenne anche in Francia e Germania, gli altri due paesi fondatori dell’Unione.

Perché il Manifesto di Ventotene non è divenuto Costituzione Europea

Il Manifesto di Ventotene, di cui mi onoro di essere cittadino, non è mai stato convertito in trattato perché al posto della federazione degli Stati, professata in principio da Immanuel Kant, si decise di federare i mercati con il Trattato di Roma nel 1957 e prima ancora di mettere insieme i produttori di carbone e acciaio.

Quel tratto mercatista originario è rimasto intatto nei decenni, perché sono innumerevoli gli altri trattati, come quello di Maastricht o il Patto di Stabilità e Crescita, che intervengono più sui criteri di contabilità nazionale e sui principi economici e doganali, che sulle ragioni individuali di libertà.

Ragionare e sostenere oggi che l’Europa debba tornare al Manifesto di Ventotene, come si fa con la manifestazione del 15 marzo e con le altre che seguiranno per promuovere una sacrosanta maggiore integrazione in risposta all’autocrazia russa di Vladimir Putin e alla democrazia muscolare americana di Donald Trump, significa perciò ignorare che quel documento è stato tradito dalle famiglie storiche dell’europeismo, le quali tutto hanno fatto meno che federare istituzioni, eserciti e persino le borse valori, salvo dedicare a Spinelli sale, biblioteche e ristoranti al Parlamento di Bruxelles, forse per cattiva coscienza. Abbiamo ben poco di federato in Europa.

Il tratto mercatista delle strutture unitarie dell’Europa 


L’euro si può dire un successo federale, sottoscritto grazie alle cooperazione rafforzata (il principio per cui si possono fare le riforme in Europa con i paesi che ci stanno) ma poggia le sue gambe su un fisco che non è federale né unico, non risponde ad un tesoro ma solo ad una Banca centrale, si muove in una gabbia di regole nazionali che non ha ancora creato il mercato unico dei capitali (come ricordano i rapporti di Mario Draghi e Enrico Letta), viene utilizzato per transazioni finanziarie su Euronext, la borsa europea che più che federata è un mero consorzio di listini.


Per intenderci, e questo è un aspetto cui tengono molto i lettori di Milano Finanza e anche il vicepremier Antonio Tajani, da questa parte dell’Atlantico, dove pure ci sono ingenti ricchezze da convogliare verso le imprese, non funziona come in America.

I tre principi ispiratori degli Stati Uniti. Accolti in Europa solo in parte

Negli Stati Uniti se una società tecnologica è californiana essa è comunque quotata al Nasdaq federato di New York e non a quello di Los Angeles. Per lo stesso principio, la federazione americana, cui gli europeisti si ispirano, si basa dal 1793 su una trinità cardine sancita in Costituzione da Alexander Hamilton, il primo ministro del Tesoro Usa: una moneta, un esercito, un unico debito.
Dei tre principi l’Unione Europea risponde solo, in parte, al primo monetario, mentre deve ancora costruire un esercito e sancire la stabilità del debito comune.

L’assenza dei suddetti prerequisiti per divenire una Federazione pesano come un macigno nell’esile e improvvisato piano di riarmo europeo messo in piedi dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen.

Gli 850 miliardi di euro del ReArm Europe, che dovrebbero servire a finanziare una difesa comune per mettersi fuori pericolo dalle aggressioni esterne come quella avvenuta in Ucraina per mano della Russia, sono in parte prestiti (150 miliardi) per il resto - al momento in cui scriviamo - sono debito aggiuntivo che verrà scomputato dopo dal deficit e in parte forse alleviato anche da debito privato usato a leva.

I riflessi italiani della politica (incerta) europea

Non sorprende dunque che tra il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e la premier Giorgia Meloni ci siano delle tensioni: il primo deve trovare altri 30 miliardi di euro per finanziare le nuove spese militari, la seconda deve assicurare a Trump che li ha trovati.


Questo dissidio, anche se smentito, non può che essere nei fatti, perché entrambi provano a fare bene il loro lavoro, che sarebbe stato molto avvantaggiato se la Commissione avesse deciso di varare un Defense Bond comune come si fece per il Covid con il Recovery Fund.


Non si capisce perché non si batta questa strada, quella del debito comune, quando ci si riempie la bocca col Manifesto di Ventotene invece di scopiazzare in peggio il piano tedesco da 500 miliardi di euro.

Come fare debito comune virtuoso 


Al contrario si sta intraprendendo una strada molto pericolosa, perché si vuole costruire un meccanismo finanziario che riarmi i paesi europei, responsabili di ben due guerre mondiali, ognuno secondo le proprie possibilità e sensibilità politiche, con conseguenze temo imprevedibili.


Con Trump forse si può trattare, anche perché presto Wall Street suonerà alla porta della Casa Bianca chiedendo conto di troppa improvvisazione economica; con Putin sarà difficile ragionare agendo così divisi, perché lo zar avrà raggiunto il suo obiettivo: mantenere l’Europa in uno stato di confederazione che alla lunga porta alla disintegrazione.


Lo sanno bene proprio i russi che da una confederazione sono passati dopo il crollo dell’Unione Sovietica, i serbi e i croati che alla morte di Tito provarono a tenere in vita un simulacro di Jugoslavia sfociata poi in una guerra sanguinosa, e lo sanno bene anche gli americani che hanno dovuto vincere una guerra di secessione per superare i diversi spiriti del Sud confederato e del Nord liberale.

Si rilegga quindi il Manifesto di Ventotene ma si pensi finalmente agli europei, i quali non vivono di cannoni ma di lavoro, pensioni e sanità. I Manifesti creano movimenti, come quelli di Marx, Engels, Marinetti, Spinelli, Rossi e Colorni, le costituzioni fondano invece gli stati e lo spirito dei popoli. All’Europa manca più una carta suprema che un sogno da continuare a tradire. Purtroppo, continuerà ad illudersi che l’economia possa sostituirsi alla politica. (riproduzione riservata)



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