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Il dato a livello globale segnala scetticismo su un’accelerazione della crescita

Per i bond è record di emissioni

di Chris Dieterich Ben Eisen e Sam Goldfarb - traduzione di Giorgia Crespi
MF - Numero 071 pag. 7 del 11/04/2017

Nei primi tre mesi dell’anno governi e aziende di Paesi emergenti hanno piazzato 178 miliardi di dollari di debito. Livelli top anche per le obbligazioni societarie Usa sia junk sia ad alto rating

A livello globale gli investitori stanno acquistando volumi record di nuove obbligazioni, segnale che molti restano scettici sulle prospettive di una crescita economica più rapida e sono riluttanti a lasciarsi alle spalle una strategia che ha funzionato per anni.
Nei primi tre mesi dell’anno le aziende e i governi dei mercati emergenti hanno piazzato 178,5 miliardi di dollari di debito nominato in dollari; secondo Dealogic, si tratta del miglior primo trimestre mai registrato. Le società statunitensi con una valutazione del debito «junk» hanno emesso 79,6 miliardi di dollari, il doppio rispetto all’anno scorso, mentre quelle con rating elevato 414,5 miliardi di dollari nel corso dei primi tre mesi dell’anno: un record assoluto.


Il consistente ampliamento della vendita di debito riflette un forte appetito degli investitori per le obbligazioni ad alto rendimento, mentre l’economia statunitense si muove verso il nono anno di espansione ma resta in modalità di crescita lenta. Tali obbligazioni offrono una maggiore resa dei titoli di Stato a basso rischio, i cui tassi raramente nella storia sono stati inferiori. Essi inoltre sono visti come meno rischiosi delle azioni, soprattutto da parte degli investitori che considerano tirate le valutazioni.
«Il vecchio trade è andato davvero bene, quindi servono prove schiaccianti prima che la gente abbandoni qualcosa che ha funzionato», ha sottolineato Mohamed El-Erian, chief economic adviser di Allianz. La caccia al rendimento sembrava essere caduta in disgrazia dopo le elezioni presidenziali statunitensi. Gli investitori hanno fatto salire azioni, materie prime e altri asset più rischiosi orientati alla crescita globale, scommettendo sul fatto che i piani di stimolo del presidente Donald Trump avrebbero rilanciato l’economia Usa. Secondo l’Università del Michigan, la fiducia dei consumatori è salita al livello massimo dell’ultimo decennio e più.


Una crescita più sostenuta potrebbe portare a una maggiore inflazione e a una politica monetaria più restrittiva, due elementi che rappresentano le principali minacce al valore delle obbligazioni in quanto nel tempo erodono i rendimenti fissi. Gli investitori si sono precipitati verso i bond, preoccupati che il rally più che trentennale stesse finendo. I fondi comuni obbligazionari e gli Etf in tutto il mondo hanno visto 18,1 miliardi di dollari di deflussi durante la settimana successiva all’elezione di Trump; secondo Epfr Global si tratta del più grande esodo dal maggio 2013. Altri 22 miliardi di dollari sono stati spostati dalle obbligazioni nel corso delle successive cinque settimane. Ma si è rivelata essere una variazione momentanea prima del vigoroso ritorno degli obbligazionisti di quest’anno. Da fine dicembre al 5 aprile sono infatti stati pompati oltre 112 miliardi di dollari in fondi obbligazionari. Il forte appetito per le obbligazioni dimostra quanto sia difficile per gli investitori scrollarsi di dosso l’ipotesi che l’economia possa fare meglio degli ultimi anni, quando ha arrancato con una crescita del pil reale negli Stati Uniti inferiore al 3% l’anno. Secondo gli economisti, una crescita poco brillante probabilmente costringerà la Federal Reserve a mantenere i tassi di interesse relativamente bassi. Questa convinzione si è rafforzata venerdì scorso, quando il Dipartimento del Lavoro Usa ha reso noto che i lavoratori non agricoli sono aumentati di appena 98 mila nel mese di marzo, segnando un rallentamento da inizio anno.


Il guadagno nella resa non ha riguardato esclusivamente i bond. Sono saliti anche i titoli azionari apprezzati per il pagamento del dividendo, che sono attraenti quando i tassi sono bassi. Le utility dello S&P 500 hanno segnato un progresso del 5,1% negli ultimi tre mesi, mettendo a segno una galoppata seconda solo a quella registrata dal comparto tecnologico. Nella settimana conclusa mercoledì scorso gli investitori hanno versato 2,5 miliardi di dollari netti in fondi composti da junk bond statunitensi; si è trattato della maggiore iniezione da dicembre. I fondi di debito dei mercati emergenti hanno raccolto nuove risorse per dieci settimane consecutive, secondo Bank of America Merrill Lynch. Nel frattempo, i fondi azionari statunitensi hanno subito 14,5 miliardi di dollari di deflussi durante i medesimi sette giorni, la maggiore fuoriuscita in più di un anno. Un definitivo allontanamento dall’attuale contesto dei tassi sembra «lontano diversi anni», ha affermato Steven Oh, responsabile globale del credito e del reddito fisso di PineBridge Investments. Questo contesto rende gli investitori disposti a pagare prezzi alti per il debito più rischioso, anche con rating di credito che raschiano il fondo del barile.


Bway Holding, produttore di contenitori in plastica e metallo non quotato, a marzo ha venduto 2,7 miliardi di dollari di bond per finanziare un’acquisizione. Nonostante il rating-spazzatura la società è stata in grado di vendere obbligazioni non garantite a otto anni e con un tasso di interesse del 7,25%. Secondo i dati dell’indice Bank of America Merrill Lynch, gli investitori hanno richiesto 3,93 punti percentuali in più dell’attuale rendimento dei Treasury per un’esposizione alle obbligazioni ad alto rendimento, meno della metà dello spread nel febbraio 2016, quando il mercato azionario è crollato dopo un selloff.


Alcuni investitori pensano che la caccia al rendimento sia a tempo determinato e possa fare fiasco se la crescita economica accelererà o diminuirà drasticamente. La politica monetaria non convenzionale basata su tassi di interesse superbassi o negativi, vigente in gran parte del mondo sviluppato, è stata «tirata ai suoi limiti», ha scritto El-Erian l’anno scorso. La crescita potrebbe essere più veloce se i governi promuovessero politiche fiscali di stimolo per le economie, ha continuato, altrimenti un calo potrebbe portare alla recessione se simili sforzi politici falliranno. Gli ottimisti affermano che l’inflazione potrebbe portare a tassi più elevati. Il parametro sull’inflazione prediletto dalla Federal Reserve, ossia l’indice dei prezzi per la spesa personale al consumo, per la prima volta in cinque anni lo scorso febbraio ha superato l’obiettivo del 2% fissato dalla stessa banca centrale statunitense. Ma se l’economia cadesse in una fase di recessione, sarebbe un problema anche per il mercato obbligazionario.

La crescita negativa danneggerebbe i bilanci aziendali, innescando ondate di default e deflussi dai fondi obbligazionari. David Lafferty, chief investment strategist di Natixis Global Asset Management, sostiene che gli investitori in età di pensionamento e i fondi pensione forniranno una costante domanda di obbligazioni. Quella domanda potrebbe alleviare il selloff nel mercato obbligazionario anche se la Federal Reserve puntasse a far aumentare i tassi negli anni a venire. «C’è questa teoria per la quale, una volta che i tassi saranno rivisti al rialzo, gli investitori daranno avvio a una grande rotazione in uscita dalle obbligazioni a favore delle azioni», ha illustrato Lafferty. «Un simile scenario ignora che il mercato obbligazionario ha un meccanismo integrato di auto-correzione: quando i rendimenti tornano a salire diventano più allettanti agli occhi di un maggior numero di investitori».


(Translated from the original version by Milano Finanza Editorial Staff)

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