Il recente annuncio da parte di Poste Italiane di un’opas totalitaria su Tim, assieme alla stagione delle nomine dei consigli di amministrazione delle società partecipate, ha riacceso il dibattito sul ruolo dello Stato in queste imprese. Si tratta di società quotate nelle quali lo Stato detiene una partecipazione di controllo e che, nel sistema italiano, sono tra le poche a possedere, per capitalizzazione, ambizione e storia, la struttura di vere corporation. Al di là del bene e del male, le partecipate rappresentano uno dei tratti distintivi del capitalismo italiano. Peraltro molte delle considerazioni sulle partecipate valgono anche per le grandi utility a controllo municipale.
La domanda che riemerge carsicamente ogni volta che si verificano operazioni societarie rilevanti o, più semplicemente, cambi di governo è sempre la stessa: che cosa fare delle partecipate di Stato? La risposta deve essere olofrastica: poco!
Poco, perché lo Stato (o, meglio, il governo pro tempore) deve limitarsi a nominare il consiglio di amministrazione. È questa la scelta chiave che compete al potere pubblico, una scelta che deve essere compiuta con grande attenzione, innanzitutto per quanto riguarda l’amministratore delegato, secondo criteri di competenza, trasparenza e indipendenza. I principi Ocse in materia insistono sul fatto che i consigli di amministrazione debbano essere selezionati sulla base delle competenze e non della vicinanza politica o di logiche di patronage.
La prova del 9 è semplice: basta chiedersi se il mercato avrebbe scelto o confermato quel ceo, quel presidente o quell’amministratore. I mercati possono sempre votare with their feet, vendendo titoli di società in cui non si ha fiducia.
Poco, perché, una volta definita la governance, il governo deve operare at arm’s length, come farebbe nei confronti di qualsiasi impresa privata attiva nello stesso settore. In generale, le partecipate operano in mercati regolati o in settori chiave per l’economia e la sicurezza nazionale, ma lo stesso vale per molte altre aziende a controllo privato. In questi casi si applicano le regole esistenti: da quelle sui conflitti di interesse a quelle in materia di procurement. Qui si deve esercitare una dose di extra attenzione: è noto quanto, proprio in queste pieghe, possano essere forti le tentazioni di patronato politico. A ciò si aggiungono i presìdi generali del mercato: dalle autorità indipendenti di regolazione fino al quadro normativo sugli investimenti esteri diretti.
Poco, infine, perché queste aziende devono essere lasciate libere di decidere e realizzare, senza condizionamenti, operazioni societarie trasformative. Allo Stato spetta il ruolo di azionista laico: né inerte al punto da paralizzare le proprie partecipate né interventista fino a piegare a loro favore la forza del Leviatano, distorcendo il mercato.
Ogni volta che, di fronte a un’operazione straordinaria, si agita, come nel caso Poste-Telecom, lo spettro della nazionalizzazione o del ritorno dell’Iri, si indebolisce precisamente ciò che si dovrebbe preservare: il loro ruolo di attori di mercato. La prova del 9 anche in questo caso è elementare: basta chiedersi come opererebbero se queste aziende fossero private degli strumenti ordinari della competizione (aumenti di capitale, buyback, acquisizioni, dismissioni). Opererebbero con le mani legate e con un grave svantaggio competitivo, soprattutto rispetto ai concorrenti esteri.
In realtà ciò che dovremmo volere è che le nostre grandi imprese, che molte non sono, indipendentemente dalla natura pubblica o privata del loro capitale possano disporre, in condizioni di piena parità e senza condizionamenti, di tutti gli strumenti di mercato necessari per prosperare e crescere nella competizione globale. Dovremmo inoltre ampliare la platea di queste società, portando in porsa quelle aziende che restano ancora interamente sotto il controllo dello Stato. E alcune, ancora oggi, ci sono. (riproduzione riservata)
*partner Vitale
già capo Segreteria tecnica Mef
e sherpa G20